Lattine, cimici, ritardi: lo sfascio in carrozza

L’igiene è un’illusione: le cicche lasciate dai maleducati non vengono raccolte. E gli insetti la fanno da padrone

Corta e lunga percorrenza, di giorno e di notte, su e giù per l’Italia. Dopo aver molto viaggiato, l’utente scende dal treno portandosi eternamente appresso una domanda irrisolta: ma la lattina di Coca, che rotola avanti e indietro sul pavimento di tutte le nostre carrozze, è fornita dal costruttore? Voglio dire: quando Trenitalia ordina nuovi convogli, pretende nero su bianco che sia installata la lattina vagante? Il dubbio è normale: ogni viaggiatore conosce bene l’optional della Coca che transita in corridoio, da cima a fondo, sonoramente, al ritmo cadenzato di frenate e accelerazioni. O c’è qualcuno che davvero può dire di non averla mai vista?
Già sembra di leggere la pronta replica dell’ufficio relazioni esterne (in questo, sono molto tempestivi): la lattina di Coca è solo uno dei tanti luoghi comuni che ingiustamente deturpano la nostra immagine. Allora, già che ci siamo, sarà bene ripassarli tutti assieme, questi luoghi comuni, così da consentire al solerte ufficio un’unica fatica per un’unica lettera.
Che a questa brava gente piaccia o no, i nostri treni si portano dietro un lessico particolarissimo, ormai radicato, a livello popolare e a livello altolocato. Chiedere in giro tra l’utenza abituale, per avere risposte serie e circostanziate. Vogliamo parlare della novità più moderna, entrata di prepotenza nel dibattito nazionale, e purtroppo anche sotto i sedili dei nostri scompartimenti, vale a dire la popolare cimice? Ancora risuona il clamoroso provvedimento d’urgenza preso nell’autunno di un paio d’anni fa, dopo che i passeggeri inferociti dell’Eurocity Nizza-Napoli bloccarono il convoglio nel cuore della notte, causa invasione degli schifosissimi insetti. Quella volta, per placare lo sdegno e il voltastomaco dell’intera nazione, i vertici aziendali presero una decisione draconiana: 508 carrozze buttate in rottamazione, perché umanamente impossibile la loro disinfestazione. Purtroppo, assieme alla lodevole decisione, arrivò anche una patetica avvertenza: meno cimici, meno treni. Gli utenti, una volta di più, compresero che non si può avere tutto, dalla vita.
E fu così che anche le cimici, strada facendo, diventarono un luogo comune. Una voce stabile del nostro lessico ferroviario. Ormai si evocano, ci si scherza sopra, persino sui treni più moderni e più puliti. Occhio a dove metti la borsa, che ci trovi dentro una cimice. Non appoggiare la testa, che ci fa il nido la cimice. Ma non è che ce le siamo inventate noi, queste storie. Non sono leggende metropolitane. Sono solo la grottesca casistica di quel pianeta senza tempo, e secondo qualcuno anche senza speranza, che è il treno italiano.
Il ritardo: si può parlare un attimo anche del ritardo? Ci sarà un motivo se ogni italiano medio, quando si accorda con amici e conoscenti all’altro capo del viaggio, si pronuncia più o meno così: parto alle 8,25, il viaggio dovrebbe durare tre ore e un quarto, l’arrivo sarebbe cioè alle 11,40, però mettici una mezz’ora di ritardo... ma sì, aspettami per mezzogiorno, ci vediamo davanti all’edicola e speriamo che sia solo mezz’ora.
Partirei, arriverei, forse, chissà: tutto un mondo al condizionale, pregando Nostro Signore che almeno ci eviti la corsa maledetta con la fermata in mezzo ai campi, o sotto la galleria, come le nostre cronache ciclicamente documentano. O come meglio ancora documentano - opportunamente ripulite dell’impubblicabile - le pagine delle lettere, dove i lettori scampati all’odissea raccontano i dettagli più indegni dell’orrenda esperienza.
Poi ci sono le cicche. Cicche ovunque: sui poggiatesta, sotto i sedili, sul bordo dei tavolini per la lettura. È ovvio, chi dice niente: le cicche le attacchiamo noi italiani barbari e incivili, mica i dirigenti di Trenitalia. Ma loro non le tolgono. Questo il problema. E forse è solo per questo che lo stesso utente medio, qui sempre accompagnato da un sottile senso di disgusto, quando casualmente sale su un treno tedesco, svizzero o giapponese improvvisamente si rilassa e si compiace, come Gatto Silvestro quando ha in mano Titti, liberando il più beato dei sorrisi, cullandosi nell’impagabile sensazione di non essere insidiato da virus letali ed epidemie incombenti.
Tutti luoghi comuni? Sono luoghi comuni anche le carrozze frigorifere dei gelidi inverni e i forni crematori delle torride estati? Sono dicerie e maldicenze pure i convogli riverniciati dai ragazzi spray con i loro affreschi lugubri e allucinati? O i bivacchi notturni di barboni e vagabondi, che utilizzano come camper gratuiti gli scompartimenti popolati poche ore dopo dai pendolari?
Diciamoci la verità: sarebbe abbastanza consolante sapere che la voragine di bilancio è servita quanto meno a riconciliarci con i nostri amati treni. A spazzare via qualche cimice, qualche lattina vuota, qualche cicca, qualche ritardo, qualche vernice spray, e magari anche qualche luogo comune. Purtroppo, non è così. Signori, si riparte. Sempre allo stesso modo. Il treno come la vecchia Dc: bisogna turarsi il naso.