L'attore: «Interpretare il Papa è stato un atto d'amore»

Un episodio inedito nella serie su Canale 5 il 10 e 11 maggio

Paolo Scotti

da Roma

Un anno è passato. Ma non c’è dubbio che per certe emozioni, per certi ricordi, il tempo non trascorra mai. Se non per l’intensità con cui ne aumenta l’effetto. Ecco allora giungere puntuale ma (al di là di certi calcoli promozionali, peraltro legittimi) soprattutto attesa, la seconda parte di Karol: ovvero della fiction Mediaset che per prima, nella scorsa stagione (quando il Pontefice era ancora vivo, e con la sua personale approvazione) ricordò la vita di Giovanni Paolo II il Grande. E che ora - in onda il 10 e 11 maggio prossimi - con la seconda parte intitolata Karol: un Papa rimasto uomo, concluderà il racconto d’una vita e d’un pontificato assolutamente ineguagliabili.
«Avremmo voluto mandarlo in onda nei giorni ideali, il 2 e 3 aprile, nell’anniversario della scomparsa di Karol Wojtyla - precisa, con una punta di polemica, il produttore della miniserie Pietro Valsecchi - e mi dispiace molto che la Commissione Vigilanza della Rai abbia deciso di mettere proprio al 3 il duello conclusivo fra Berlusconi e Prodi. Noi avevamo scelto, ed annunciato, quelle date un anno fa. E ai responsabili di Mediaset ho detto: siete stati troppo gentili, a non protestare». Ma a parte il disappunto sulla programmazione («il film comunque non ne risentirà») ieri, nel vestibolo dell’aula Paolo VI in Vaticano, erano doverosamente tirati a lucido e fatalmente emozionati, Valsecchi, il regista Giacomo Battiato e l’interprete Piotr Adamczyk, in attesa che cominciasse l’anteprima della fiction e che arrivasse, per assistervi, il suo primo e più illustre spettatore: Papa Benedetto XVI.
«Karol non è un documentario, è una fiction. Eppure, soprattutto nel raccontare il nodo drammatico centrale, quello dell’attentato del 13 maggio 1981, siamo stati particolarmente scrupolosi - spiega il regista, a proposito della sceneggiatura che, nella descrizione dei fatti, dà credito alla famosa “pista bulgara” - il complotto è narrato in modo simbolico, attraverso la presentazione dei servizi segreti del Kgb. E la stessa pista bulgara vi è solo accennata, dal momento che tanto le fonti giudiziarie quanto quelle vaticane la ritengono un inestricabile ginepraio. Insomma: raccontiamo come le cose sono andate probabilmente, ma senza alcuna presa di posizione troppo netta».
Importante anche il ricorso alle immagini di repertorio (con le scene autentiche del viaggio papale in Messico, della veglia e del funerale di Wojtyla) e soprattutto il contributo offerto dal medico personale del pontefice, il professor Renato Buzzonetti. «All’inizio il professore era restio, si è fidato di noi solo quando ha riscontrato la qualità della sceneggiatura. E ci ha raccontato molti particolari assolutamente inediti: come quello della drammatica scena del Papa disteso sul selciato di un viale interno della Città del Vaticano quando, nel giorno dell’attentato, subito dopo che la Papamobile l’aveva sottratto agli sguardi della folla, lo stesso Buzzonetti fu costretto a farlo adagiare per prestargli i primi soccorsi».
Altra figura cui viene dato inedito risalto, sempre sulla base di confidenze private, quella della religiosa polacca che guidava lo staff privato, suor Tobiana, interpretata da Daniela Giordano: «Una suora importante non solo come infermiera, ma anche per la sua statura spirituale». Il resto del racconto, che dall’elezione al soglio pontificio corre lungo tre ore fino alla drammatica morte, «si concede alcune libertà narrative - riassume Battiato - perché vuole essere un ritratto del Papa, non una sua immagine documentaristica». Tanto che per il suo interprete, «raffigurare il Papa non è stata questione di tecnica o di make up, ma di fede».