Lauda e Merzario, l’abbraccio 30 anni dopo

nostro inviato a Nürburgring
Le cronache del tempo, anno 1976, primo agosto, raccontano che «Niki Lauda era impegnato in una disperata rincorsa per recuperare sui primi». Raccontano che il campione del mondo perse «il controllo della sua Ferrari all’ingresso di una veloce curva (la Bergwerk), urtando i guardrail prima a sinistra e poi a destra, finendo in mezzo alla pista». Poi la macchina prese fuoco, le cinture di sicurezza si bloccarono, Niki fu salvato da Arturo Merzario che mandò a quel paese classifica e gara, si fermò, corse in mezzo alle fiamme e slacciò la cintura di Lauda, tirandolo fuori.
Oggi, trent’anni dopo il rogo della Nordschleife, questo il nome del mitico Nürburgring, mitico perché proprio dopo quell’incidente la F1 abbandonò questa Scala del brivido e della velocità, trent’anni dopo Niki Lauda e Arturo Merzario s’incontrano di nuovo sulla pista che ha creato il loro mito. Chi vive di corse la chiama “La leggenda del sopravvissuto e del salvatore”, Niki preferisce parlare di “Grigliata del Nürburgring”. Però è capace di aprirsi: «Io non credo alla vita dopo la morte – disse a Miami all’inviato di Stern -, perché ci sono andato molto vicino e non ho provato nulla. Nulla tranne una paura folle. In ospedale pensavo: “Accidenti, non è possibile che ora tutto sia finito...”. A distanza di tanti anni, l’incidente mi provoca ancora incubi: nel sogno percorro la via di fuga, però non c’è nessun incendio, ma vengo decapitato. Non dimenticherò mai la prima volta che ho visto il mio volto dopo che il fuoco mi aveva bruciato. Pensai: così non potrò più andare in giro per Vienna, la gente mi fisserà come allo zoo».
Trent’anni dopo, il sopravvissuto e il salvatore si ritrovano. «Ma come fa a saperlo? Doveva essere una sorpresa», si stupisce Merzario, 64 anni di cui «45 passati su un’auto da corsa» puntualizza con fierezza. Arturo quel primo agosto 1976 scrisse una delle pagine più belle della storia che corre a trecento all’ora: «Feci una cosa normale, chiunque la farebbe» ripete oggi, ma un chiunque che nel 2006 rinuncia alla propria corsa, si ferma, parcheggia e si butta nel fuoco a soccorrere il collega va ancora cercato. Per rendere l’idea, è come se a Imola due settimane fa, quando Albers si è capottato due volte, il pilota che lo seguiva si fosse fermato per andare a sincerarsi delle condizioni dell’avversario. L’avete visto?
Trent’anni dopo, qui al Nürburgring, ci sarà un abbraccio fra due colleghi rimasti colleghi. Perché nello strano mondo di Niki salvare la vita non vuol dire diventare amici. All’epoca, per ricambiare del gentile “cadeau”, Lauda gli regalò un orologio. Da lì nacque la sua fama di tirchio. «È passato tanto tempo – lo perdona Arturo – e poi a me è sempre bastata una stretta di mano. In fondo, dobbiamo essere felici tutti e due: lui è ancora vivo, e pure io. Se penso a quanto eravamo folli a correre su quelle macchine e su una pista del genere».