Laudi: «Il male della giustizia? Sono i pm che fanno politica»

da Roma

Maurizio Laudi, nuovo procuratore di Asti, membro del Direttivo dell’Anm e vicepresidente della corrente moderata Magistratura indipendente: crede che tra le toghe ci sia oggi troppa politicizzazione?
«Meno di 20 anni fa, perché le ideologie hanno un peso minore nella magistratura come nella società. Ma non escludo che ci siano magistrati che vengono meno ai loro doveri deontologici, per perseguire finalità politiche con i loro atti e comportamenti, sia nel fare alcune cose che nel non farle. E questo è grave: se viene accertato è giusto che se ne paghino le conseguenze, sia in sede disciplinare sia penale».
Quanto è importante per un magistrato non avere ombre sulla sua serenità di giudizio?
«Per me, è un valore fondamentale. Credo che chi indossa la toga debba astenersi da condotte pubbliche che possano dare di lui l’immagine di una persona schierata, che non è capace di totale terzietà. Credo che siano negative per tutta la magistratura iniziative di chiara marca politica, alle quali alcuni magistrati partecipano».
Che cosa si può fare per aumentare le garanzie di l’imparzialità delle toghe?
«Credo, ad esempio, che il Parlamento dovrebbe fare una legge per impedire che quando un magistrato si è candidato ad elezioni politiche possa poi tornare al suo lavoro. Dovrebbe passare ad un ruolo equivalente, in altre amministrazioni. Perché alla magistratura non giovano le scelte di quei colleghi che riprendono il loro incarico dopo un’esperienza politica. Così, perdono appunto l’immagine di neutralità».
La sua corrente è oggi all’opposizione nell’Anm e ha spesso denunciato un’eccessiva politicizzazione della magistratura associativa e delle correnti.
«Nel nostro patrimonio c’è l’affermazione della necessità che il magistrato e i gruppi non abbiano nessun collateralismo rispetto alle forze politiche. Pensiamo che l’Anm avrebbe dovuto inserire tra le priorità del suo programma questioni come le condizioni di lavoro e lo status economico, mentre non l’ha fatto. E abbiamo contestato ai gruppi dell’attuale maggioranza dell’Anm di non aver mostrato, con il governo precedente, quella forza di contrapposizione, anche quell’animosità, che hanno avuto con il precedente governo Berlusconi, ai tempi dello sciopero».
Berlusconi, appunto: dice che alcuni magistrati potrebbero, con le loro azioni, puntare a sovvertire il voto.
«Noi siamo convinti che l’esito del voto sia stato chiaro e che sia necessario un confronto non viziato dal pregiudizio. Speravo che questa vecchia polemica fosse stata messa in archivio, perché non è utile al sereno svolgimento della vita delle istituzioni. Se Berlusconi si riferisce al suo ultimo processo a Milano, bisogna ricordare che è nato molto tempo fa. Accuse generiche e generalizzate sono controproducenti, perché hanno l’effetto di scatenare la reazione di tutta la categoria».
Ma la ricusazione del giudice Gandus non è generica: ha un fondamento nelle sue dichiarazioni politiche.
«La questione è delicata. Da un lato, una delle peggiori colpe del magistrato è quella di strumentalizzare le sue funzioni per obiettivi di parte. Dall’altro, chi indossa la toga ha il diritto di esprimere legittimamente le sue opinioni, anche criticando leggi o ddl. È un problema di forma e di modi in cui questo si fa».
Ma un cittadino può affidarsi con fiducia al giudizio di un magistrato che mostra di considerarlo un avversario politico?
«Sarebbe grave disconoscere la facoltà di firmare con altri un documento su provvedimenti politici. Se poi ci si trova in un processo riconducibile proprio a quelle problematiche, ragioni di opportunità consigliano di astenersi. Ma bisogna fare attenzione a non considerare che i politici eletti dal popolo siano gli unici rappresentanti dell’autorità dello Stato, relegando i pubblici funzionari ad un ruolo subalterno. Altrimenti, è meglio dire che si vogliono magistrati eletti, come in altri Paesi. In Italia i magistrati hanno un’autorità diversa dai politici e sono chiamati a far rispettare il principio di legalità».