Laurano, i versi del criticone

Il sanremese Luigi Asquasciati, in arte Renzo Laurano (1905-1986), lo incontrai una volta sola, a Imperia, nel 1977, e subito mi impressionò per la sua, apparentemente gratuita, irruenza protestataria che nulla e nessuno risparmiava delle consolidate gerarchie culturali e poetiche. Ma un po’ bisognava capirlo, questo scrittore che per un soffio, nel 1942, aveva mancato l’inclusione tra i Lirici nuovi antologizzati da Luciano Anceschi e che coi suoi primi due libri (Chiara ride, 1939; Gli angioli di Melozzo da Forlì, 1939) s’era meritato un buon riscontro di stima. I suoi contatti, le amicizie che strinse allora con varie personalità - da Pastonchi, Ada Negri e Angiolo Silvio Novaro, a Sbarbaro, Quasimodo, Vittorini, Montale, che lo recensì benevolmente - sono oltretutto parte non trascurabile di un vivace universo artistico e di costume, la Sanremo dei decenni ’20 e ’30.
Ce ne informa col supporto di bella documentazione fotografica una mostra inauguratasi lo scorso aprile nella città dei fiori: donde il catalogo Marinaresca la mia favola (Genova, De Ferrari, pagg. 253) che esplica temi, fasi e cornice dell’impresa: «Renzo Laurano e Sanremo dagli anni Venti al Club Tenco». L’ultimo dato riguarda appunto il «club» che, avendo fra i soci promotori Laurano, si costituì in loco per tener desta la memoria dello sfortunato cantante. Si trattava di premiare uno dei testi delle canzoni in gara al festival, e da principio le scelte vennero facilitate dall’eccellenza di un Endrigo, di un Dalla.
A Sanremo, nei decenni ’20 e ’30 - i più suggestivi alla nostra ricognizione di posteri - il fascismo è invadente ma non soffocante. Resistono benissimo i Lunedì letterari, le conferenze al Principe Amedeo, i Giovedì della poesia, affidati a ospiti d'eccezione, da Pirandello a Pizzetti, da Simoni a Maurois a Ojetti. Così permane ai massimi livelli la prosa (Marta Abba, i De Filippo, Emma Gramatica) e il Casinò cresce d’importanza, con l’opera lirica (Giordano, Mascagni) e i concerti. Ma a Laurano piacciono specialmente le feste, i veglioni, a cui lo si invita essendo la sua famiglia tra le più in vista nella città. Spiritoso e un po’ dandy, conosce e frequenta donne affascinanti, si maschera volentieri in quel mondo artefatto e giocoso.
Aderisce al regime con sincerità, senza tuttavia rinunciare al suo mondo. Poi, nel ’40, la svolta. Il richiamo alle armi e la terribile prova della campagna di Russia. Disperso nella zona del Don, sul finire del ’41, lo si dà per morto: varii necrologi lo piangono e da caduto (presunto) gli tributano più gloria di quanta non ne abbia ricevuta fin qui. La sua fama, nel dopoguerra, effettivamente precipita: i versi di Calendari, la frana escono in inglese (1965) prima che nell’originale italiano. Bizzarro e spesso tortuoso nello stile, ma nondimeno poeta di forti passioni, Laurano ci lascia appena un centinaio di liriche (riunite postume per Vallecchi da Graziella Corsinovi nel 1988), di cui Stefano Verdino fissa, nel catalogo della mostra, i limiti di gusto e di portata. Non sottovaluterei, di Laurano, l’esibito amore per l’antica poesia dei provenzali: immuni costoro, ai suoi occhi, dai difetti formali e sostanziali ch’egli accusava invece fra i contemporanei, salvo forse che in Sbarbaro, in Ungaretti, in Montale e in pochissimi altri.