La laurea che fa diventare

I giovani non fanno scelte dettate dalla passione ma si iscrivono a facoltà che garantiscono lavoro e soldi: meglio i Pc che Platone

di Giacomo Susca

I ragazzi italiani hanno imparato la lezione. Il dilemma si materializza sotto l'ombrellone nell'estate della maturità, altro che la più spensierata. Scegliere l'università giusta assecondando le proprie passioni, per poi magari rimanere a spasso una volta conseguito il fatidico «pezzo di carta», oppure «sacrificarsi» affrontando materie tecniche e ostiche, però ricevere in cambio un'immediata ricompensa con posto di lavoro quasi assicurato e stipendio adeguato? Le matricole hanno già trovato la risposta. Caro vecchio Platone addio, dateci un circuito elettronico o uno studio di funzione. La tendenza degli ultimi anni è netta: calano le iscrizioni ai corsi di area umanistica, artistica e sociale. Aumentano invece gli aspiranti ingegneri, economisti, matematici, scienziati. Più oltre sessantamila camici bianchi che stanno tentando in questi giorni di entrare nelle facoltà pubbliche di Medicina e Odontoiatria, anche se solo in 9.500 supereranno i test.

Dopo anni di crisi, disoccupazione e precariato, l'orientamento degli studenti incrocia la strada che porta a possibilità concrete di sistemazione e retribuzioni più gratificanti già nel breve periodo. Che sia una presa di coscienza delle nuove generazioni, merito degli insegnanti delle superiori o dei consigli dei genitori, la metamorfosi è avviata: il messaggio in voga fino a una decina d'anni fa - «ragazzi, assecondate le vostre inclinazioni, non quello che vi dice il mercato» - è stravolto. Quando si prendono le decisioni sul futuro (...)

(...) l'equilibrio si è spostato e ora pende verso un pragmatismo che ascolta le ragioni non soltanto del cuore, ma anche del portafogli. Perché nella classifica degli stipendi post-laurea a conquistare i primi posti sono i giovani ingegneri, scienziati ed economisti, senza dimenticare medici e professionisti della sanità. Proprio gli indirizzi che gli studenti italiani hanno mostrato di gradire di più negli ultimi anni.

STRADA A DUE VELOCITÀ

Le matricole di oggi sembrano dunque andare al sodo e si chiedono: quanto guadagneremo «da grandi»? Dopo di che fanno i conti. Perché le differenze tra i diversi sbocchi sono notevoli. Secondo i dati elaborati per Il Giornale da Almalaurea, il consorzio che riunisce 72 università italiane, a pagare di più a un anno dalla laurea sono pubblica amministrazione, industria chimica e metalmeccanica: da 1.230 a 1.375 euro netti al mese. Stanno decisamente peggio gli occupati nei servizi ricreativi, culturali e sportivi, e nei servizi sociali: in media non vanno oltre i 600 euro. Ma anche chi riesce a trovare un impiego nel commercio, nella pubblicità, nella comunicazione e nell'istruzione non naviga nell'oro: si parla di buste paga che non superano i 750 euro.

La fotografia diventa più precisa se si guarda agli stipendi dei laureati a cinque anni dal titolo di primo livello, quello triennale. Ecco, allora, i corsi che nel medio-lungo periodo si rivelano più «redditizi»: in testa Ingegneria con 1.500 euro netti al mese; seguono Economia e Statistica (1.420 euro), professioni sanitarie e area giuridica (intorno ai 1.400 euro di stipendio). All'opposto, lo scoglio non solo simbolico dei mille euro al mese lascia ultimi insegnanti e laureati in Lettere o Scienze motorie.

Più o meno lo stesso copione vale se anziché la laurea di primo livello si prende in considerazione quella magistrale (la cosiddetta «3+2», dal numero di anni di corso previsti). A passarsela meglio sono sempre gli ingegneri (guadagnano in media 1.700 euro dopo 5 anni), i laureati delle professioni sanitarie (1.600 euro) ed economia-statistica (1.500 a sempre a cinque anni dalla laurea). Più «poveri» gli psicologi (mille euro in media), così come i laureati in lettere e in scienze motorie: a 5 anni dalla laurea supereranno di poco la soglia dei mille euro.

I livelli di stipendio più alti corrispondono a una maggiore richiesta del mercato e, quindi, a tassi di occupazione più alti. A cinque anni dal conseguimento del titolo, ben il 90% dei laureati triennali in materie scientifiche e ingegneristiche s'è saldamente conquistato un posto di lavoro. Per le discipline giuridiche e psicologiche la percentuale di occupazione scende al 70%; per Lettere, Geografia-Biologia e Architettura ci si ferma intorno al 65%.

I distacchi diventano ancora più rilevanti se si guarda alle lauree magistrali, quelle quinquennali. Primi in classifica in questo caso sono i laureati delle professioni sanitarie: già a 12 mesi dal conseguimento del titolo risultano ottimamente «piazzati» sul mercato del lavoro con oltre l'86% di occupati e raggiungono praticamente la piena occupazione nel giro di 5 anni. Ottime le chance per ingegneri e laureati delle facoltà scientifiche (l'85% a un anno). Dopo 5 anni, il 95% degli ingegneri e il 90% dei chimici e degli economisti ha un posto di lavoro. Inferiori invece le possibilità per i laureati in Lettere (57% di occupati a un anno, 75% dopo 5), in geografia e biologia (61%-80%), architettura (64%-86%), scienze politiche e sociali e lingue (67%-85%).

I CONSIGLI ASCOLTATI

Un caso a parte sono gli psicologi, che non vanno oltre il 47% di «sistemati» a un anno dalla laurea, ma la percentuale sale all'80% dopo 5. «Non è detto però che questo sia sintomo della scarsa capacità attrattiva del mercato del lavoro - spiegano i ricercatori di Almalaurea -. Spesso i laureati di questi ultimi percorsi decidono di proseguire la formazione partecipando ad attività post-laurea come tirocini, dottorati, specializzazioni non sempre retribuite».

Di fronte a queste cifre, non stupisce come la graduatoria delle professioni meglio pagate in questi anni abbia finito per sovrapporsi sempre di più a quella delle preferenze di studio (e di vita) dei giovani. Nelle scelte delle matricole dell'anno accademico 2014-1015 le discipline scientifiche superano, sia pure di poco, quelle sociali (34,6% contro 34,2%). Uno studente su cinque imbocca la via degli studi umanistici, mentre il 12% sceglie le professioni sanitarie. Un'indagine del Consiglio nazionale degli ingegneri va nella stessa direzione. Considerando l'anno 2013-2014, i corsi di ingegneria sono i preferiti dai «neomaturati» italiani (14,6%), insieme a quelli dell'area economico-statistica (14,2%). Seguono gli ambiti scientifico (11,8%), politico-sociale (9,5%) e medico (9,2%).

Da notare che gli immatricolati dell'anno scorso, quelli della classe 1995, sembrano aver seguito le statistiche e i consigli degli esperti non solo nella scelta del corso di laurea, ma, soprattutto, nella decisione di iscriversi all'università in quanto tale. Da qualche tempo, infatti, il numero degli iscritti agli atenei italiani è di fatto stagnante o in calo. Il 2014 ha però visto un'inversione di rotta e il numero di immatricolati è tornato a crescere (secondo i dati ministeriali sono 195.594). Come interpretare questo aumento? Forse, molto semplicemente i ragazzi (e le famiglie) si sono accorti che l'università conviene. Nel Paese in cui la disoccupazione giovanile tocca quote da record europeo, il «pezzo di carta» è un investimento azzeccato. A cavallo della grande recessione degli ultimi anni, il tasso di disoccupazione è cresciuto di 8,2 punti per i neolaureati. Ma è aumentato addirittura del 16,9 per i neodiplomati. Più del doppio. Non solo. Le performance dei laureati restano migliori di quelle dei diplomati anche nell'intero arco della vita lavorativa, sia dal punto di vista di opportunità occupazionali, sia sotto l'aspetto retributivo: fatto 100 il guadagno dei diplomati, i laureati guadagnano mediamente il 50% in più.

LE SORPRESE DEL MERCATO

La laurea rappresenta dunque una polizza d'assicurazione per il futuro. Eppure, quando questi ragionamenti si riversano a valle, sul mercato del lavoro, i conti non sembrano ancora tornare. Secondo Unioncamere per il 10% delle assunzioni programmate le imprese hanno dichiarato di avere difficoltà a trovare il profilo adatto. Possibile? Una laurea in ingegneria a sentire i «cacciatori di teste» è un jolly da giocarsi. Lo stesso vale per i corsi che sfornano analisti e programmatori informatici e progettisti di software. La domanda delle aziende si scontra con un'offerta limitata: in Italia non ce ne sono mai abbastanza (come accade per gli infermieri). Ma forse una parte del problema dipende dal fatto che le aziende oggi valutano anche abilità che non sempre si acquisiscono in aula: capacità di mettersi al servizio di un gruppo, lavorare in autonomia, capacità di operare in contesti complessi e multiculturali.

Sono le doti che possono servire anche a chi non ha puntato su una delle lauree con il posto di lavoro assicurato. Il quadro dell'occupazione ha colori cangianti e, forse, alla fine è sbagliato pensare che il nostro non sia più un Paese per artisti, creativi e umanisti. Lo scorso anno tra le imprese che non hanno trovato il loro candidato ideale c'era chi cercava laureati in Musicologia e spettacolo. E persino in Scienze della comunicazione.

Giacomo Susca