LAURIE ANDERSON «Il mio canto per svelare i mali dell’America»

L’artista multimediale, moglie di Lou Reed, presenta stasera Homeland: «Niente ricette, non sono un politico, racconto solo ciò che vedo»

I suoi happening sono un mondo a parte, complessi e a volte ermetici perché, come ama dire «una buona risposta è non avere risposte». È Laurie Anderson, artista multimediale per eccellenza che, non fosse considerata musicista dai musicisti, poetessa dai poeti, pittrice dai pittori vagherebbe nella zona morta dei virtuosi troppo dotati e aggrappati sul versante scivoloso della collina del successo. Invece lei è grande, provocatoria, una Cassandra elettronica che fa tendenza, come ha dimostrato l’anno scorso a Milano con la suite The End of the Moon per voce recitante, violino elettrico e sottofondo di tastiere, e come proverà a rifare stasera al Teatro Dal Verme - all’interno della Milanesiana - con la performance Homeland. Se lo show precedente era un percorso tortuoso alla ricerca di se stessa a confronto col mondo, questa volta la Anderson indaga sulle ossessioni dell’America. «Ossessioni come il rapporto tra paura e libertà, come la accettazione della violenza, come l’ostinato linguaggio della guerra». Come sempre una denuncia lucida - a volte un po’ troppo prolissa - che punta ad aprire gli occhi della gente senza cercare ricette miracolose. «Niente soluzioni o consigli o ricette: non sono un politico. Sono convinta che un modo per migliorare le cose sia la consapevolezza. Io racconto con canzoni e storie ciò che vedo e che mi colpisce. Quindi lo porgo davanti allo spettatore che è libero di trarre le sue conclusioni». Al centro di tutto, come sempre, c’è la sua voce, che ora è grido, ora è sussurro, ora è dialogo, ora gioia ora disperazione; e poi c’è il suo violino (con la varianti antiche e folkloriche come l’hurdy gurdy), l’elettronica, le tastiere di Peter Scherer in contrasto con il violoncello di Okkyung Lee e legati dal pastoso basso di Skuli Sverrisson.
È lo strano e stranito racconto di un impero che cambia. «Dal punto di vista musicale l’opera è costruita sulle fondamenta dei ritmi elettronici e contiene molte delle forme melodiche che ho sperimentato. Per l’occasione sperimenterò nuovi filtri vocali». Nata artisticamente nell’eccentrico cenacolo newyorchese che allinea Philip Glass, Trisha Brown, Gordon Matta-Clark, il talento onnivoro della Anderson s’impone con opere particolari come «la cabina telefonica interattiva» o il «concerto per clacson», la sua prima performance. È diventata celebre per le sue performance musicali ma lei insiste sulla ricerca e lo studio del linguaggio. «Il linguaggio è un virus proveniente dallo spazio profondo», dice. Del resto lei si definisce al tempo stesso artista intellettuale e popolare: «Ciò che è popolare spesso è nobile e quello che è intellettuale a volte è artificioso. L’importante è colpire l’immaginazione». La multimedialità è la sua guida e, toccando tanti campi, a differenza di tanti colleghi non si disperde, ma alimenta la sua creatività. «Mi piace lanciare messaggi differenti attraverso forme d’arte differenti perché sono ingorda di vita. Se devo essere romantica dico che l’arte è un dono; se devo essere realista penso a una lotta per la sopravvivenza».
La faccia nascosta

della luna e della vita
concerto di Laurie Anderson
ore 21 teatro dal Verme
ingresso: 10 euro