L'autocritica del Pd? "Restiamo i migliori"

La sinistra rivendica superiorità morale. <em>L'Unità</em>: i loro sindaci non si incatenano. Alla rabbia degli elettori, l'intero partito risponde con il ritornello: &quot;Noi, gente per bene&quot;

Roma - In questi giorni nei quali, per il tipico elettore di sinistra italiano, il mondo va alla rovescia, «l’Unità» è un bel balcone da cui affacciarsi per contemplare l’apocalisse delle anime belle. Nella rubrica delle lettere, nel sito internet, nel blog del direttore del giornale che negli ultimi anni ha più solleticato gli istinti forcaioli e antiberlusconiani del popolo eletto, dilaga la rabbia: «Ma come, ma non eravamo moralmente superiori? E allora, che cos’è questo schifo?». Concita De Gregorio, la direttora di provata fede veltroniana, si commuove di fronte a tanto sconcerto e quotidianamente, per tirare su il morale della truppa, si esibisce in uno spericolato numero di alta acrobazia: sì, cadono le giunte, ma gli altri sono peggio; d’accordo, ci arrestano, ma rimaniamo i meglio fichi del bigoncio; ok, le intercettazioni, ma noi siamo sani e mò sistemiamo tutto.
Ieri Concita ha superato se stessa. Sotto il tendone del suo circo girotondino che ogni giorno conta un nuovo strappo, si è aggrappata al trapezio Italo Bocchino (finalmente uno di destra nel mirino dei pm dopo settimane di inquisiti pd doc) e si è lanciata: «Solo due righe per marcare la differenza di reattività fra un elettorato ed un altro. Non ho visto sindaci di destra incatenarsi davanti a giornali di destra. Non ho letto autocritiche nei quotidiani che fiancheggiano il governo paragonabili agli atti d’accusa dei giornali che si dicono a sinistra. Diverse sensibilità, per così dire. Va bene: si può ripartire da qui».

Un esercizio di altissima scuola, riconoscetelo. Arte pura, di fronte alla quale la logica deve cedere il passo. Quando una volteggia così, senza rete, che cosa volete star lì a spiegarle che magari dovrebbe lasciare ai quotidiani il tempo di uscire in edicola prima di stabilire che cosa abbiano o non abbiano scritto. E vale la pena puntualizzare che un deputato che incappa nel mirino dei magistrati può essere un problema giudiziario, mentre mezze giunte regionali, provinciali o comunali sotto inchiesta da Crotone a Trento, da Napoli a Pescara, da Potenza a Perugia sono un problema politico? O star lì a cavillare che il sindaco di Firenze si è incatenato sotto la sede della «Repubblica» perché la sua amministrazione è nel pieno di una bufera e non si vede perché dovrebbe fare altrettanto, chessò, il sindaco di Milano, che non ha pendenze di questo tipo. O ricordarle che «il Giornale» è stato garantista anche con il «loro» Del Turco, subito scaricato dall’«Unità», allora ancora pronta ad accettare per oro colato qualsiasi cosa uscisse da una Procura della Repubblica. Dettagli. «Siamo diversi», proclama la direttora, «si può ripartire da qui».

Sì, ripartire per andare dove? Ma è naturale: nel solito eden autoreferenziale che non ha alcuna attinenza con la realtà ma che piace moltissimo ai nostri razzisti etici. Quelli che si riempiono la bocca di Berlinguer, il quale scagliava la «questione morale» addosso agli avversari politici mentre con la mano nascosta dietro la schiena intascava soldi dall’Unione Sovietica. Quelli che frequentano posti dove circola solo «gente per bene» secondo un mantra che da anni ripetono tutti i dirigenti di sinistra, dal Fassino che voleva una banca al Veltroni che avrebbe voluto un partito: «Siamo gente per bene». Addirittura: «Siamo un partito di gente per bene». Come no: cadono giunte, finiscono in galera assessori, ma loro non sono uguali a tutte le comunità umane, dove c’è il buono ma anche il cattivo, dove bene e male si mescolano spesso nello stesso individuo. No, loro sono «un partito di gente per bene». Loro sono «migliori». Loro sono «più colti e votati dalla gente che legge» (copyright D’Alema).
E il dramma è che ci credono, si sono autoconvinti. Al punto che il quotidiano comunista «il manifesto» può concepire una campagna pubblicitaria che recita: «Se “il Giornale” costa un euro, quanto volete pagare per “il manifesto”?». E la risposta è 50 (cinquanta!) euro. Capite? Oggi venderanno le loro 20 paginette a 50 euro, persuasi che li valgano tutti: se quel fogliaccio che avete tra le mani in questo momento costa un euro...

E va tutto bene, naturalmente. L’unica cosa che non si capisce è perché continuino a chiedersi il motivo per cui non li comprano e non li votano. La risposta è così facile: siete troppo fichi, troppo per bene, troppo superiori, troppo diversi da noi umani. Siete alieni. O forse mitomani.