L'autorevole Nature benedice i climatologi Ma soltanto se sono catastrofisti...

Nell’ultimo editoriale si dà il benvenuto agli studi (compresi quelli non certificati) purché diano ragione alla tesi della rivista. Ecco l'ambientalismo a senso unico di una delle più importanti riviste scientifiche

Il pensiero unico va forte anche nella scienza. La rivista Nature è tenuta in alta considerazione negli ambienti accademici. Ho sempre pensato immeritatamente, e gli editori fanno poco per farmi cambiare idea. Anzi, sembra che ce la mettano tutta per consolidare il mio convincimento. L'editoriale dell'ultimo numero invita gli scienziati a inviare articoli sul tema del clima: nulla di strano, direte voi. Peccato che esordiscano così: «sono benvenuti risultati di ricerca che confermino i cambiamenti climatici antropogenici». Nasce spontanea la domanda se per caso siano invece non graditi risultati di ricerca che sconfessano l'origine antropica dei cambiamenti climatici. A leggere il resto dell'editoriale pare di sì.

Quelli di Nature sono fissati da anni e il perché lo spiegano nell'editoriale: le misure dalle stazioni di terra ci direbbero che il pianeta si sta riscaldando. Peccato che 1) quelle stazioni campionano meno del 30% della superficie delle terre emerse e trascurano la totalità della superficie degli oceani; 2) il 70% di esse sono situate in località non a norma, ad esempio in aree che negli anni si sono urbanizzate (ove gli aumenti di temperatura registrati nulla hanno a che vedere col clima); 3) le misure satellitari, da quando disponibili, non registrano alcun aumento di temperatura dell'atmosfera né sopra gli oceani né sopra le terre emerse; 4) la teoria del riscaldamento globale antropogenico prevede che nella troposfera equatoriale a 10 km da terra si registri un riscaldamento almeno doppio di quello registrato a terra, ma le misure satellitari registrano, lassù, non un accentuato riscaldamento (men che meno doppio) ma un rinfrescamento! Insomma, la teoria del riscaldamento globale antropogenico fu, nella migliore delle ipotesi, un'ipotesi di lavoro, forse buona 30 anni fa, ma oggi sconfessata dai fatti. Uno dei tanti granchi presi dalla scienza. Succede: la scienza si muove su un terreno incerto, per lo più ignoto. È per questo che si chiama ricerca: ricerca di ciò che non si sa.

Ma per qualche ragione, a differenza della maggior parte dei granchi, quello dei cambiamenti climatici antropogenici è evoluto in frode. Troppe carriere si sono consolidate su esso e troppo denaro vi è stato allocato. Talmente tanto che vi hanno potuto attingere laureati in agraria, filosofi, sindacalisti, avvocati e, naturalmente, politici: tutti esperti di clima. E tutti che invocano altro denaro perché siano foraggiate le loro improbabili attività. Lo spettro è ampio: c'è chi esegue calcoli con modelli numerici dalla dubbia attendibilità e chi intrattiene blog pettegoli sul tema.

Il denominatore comune di questi parassiti è invocare l'impossibile, tipo la riduzione delle emissioni di CO2 del 20% entro 10 anni. Tutti costoro hanno ora un'altra cosa da fare per riempire le loro giornate: inviare articoli a Nature. Nell'editoriale che cito la rivista ha promesso di pubblicarli anche se i risultati presentati non hanno passato il vaglio che ogni risultato di ricerca dei settori che non sono il cambiamento-climatico-antropogenico deve superare.