Lauzi torna a teatro e riaffiora come il «Dorso di balena»

Fabrizio Graffione

Il «folletto» della canzone genovese e celebre cantautore diventa un artista di scena all'americana che si presenta sul palcoscenico e riesce a mischiare cabaret e canzoni d'autore in un «mix» che coinvolge il pubblico. Bruno Lauzi martedì presenta lo spettacolo «Il dorso della balena». Un concerto-cabaret che è in programma alle 21 nella sala Govi al Teatro della Gioventù di via Cesarea a Genova. Il recital si replica mercoledì 8 e giovedì 9 alle 21.
Da alcuni anni Bruno Lauzi ha spostato il suo interesse dallo spettacolo musicale e dalle canzoni d'autore al recital a stelle e strisce dove l'artista interagisce con il pubblico. Ne risulta una serata divertente che vede l'artista tornare alle sue esperienze degli anni Sessanta quando faceva parte del gruppo motore con Enzo Iannacci, Cochi e Renato, Toffolo e Andreasi. In questo tipo di spettacolo la parte di puro divertimento, cioè le battute, gli aforismi, le considerazioni personali e un lungo monologo, fa da contraltare all'esecuzione di tutti i grandi successi nel campo della canzone popolare. Un recital che potrebbe quindi collocarsi tra Toffolo e Aznavour.
Col passare degli anni Lauzi è ancora in forma con i suoi bizzarri capelli bianchi e ricci, i baffi, quell'aria da bohemien ebreo, metà musicista, metà cabarettista, metà francese, metà brasiliano. Un genovese dalla battuta tagliente con un repertorio di canzoni che sono diventate nel tempo dei classici, la voce sferragliante come un vagone ferroviario carico di orchidee, un eterno bambino pieno di ricordi e di nessun rimorso. Lo spettacolo in programma al Teatro della Gioventù in realtà è lui, sia che si aggrappi, sul trespolo, alla sua chitarra o che si muova sul palco come uno gnomo sbucato da chissà dove, e tanto, si vede, divertito di essere lì. Ma a raccontarsi si rischia di non riuscire a fare affiorare, come capita, appunto alle balene, altro che il dorso lucido e argentato. E quindi, per un paio d'ore, lo spettacolo è tutto un cercare l'America che è dentro, passando per le strade musicali frequentate incontrando vecchie canzoni, nobili amici, qualche mito, da Tenco a Paoli, Bindi, Brel Moustaki, Battisti, Fossati, Dalla, Conte.
Dalla difficoltà a trarre fuori da se il pensiero, l'emozione più profonda se non per un effimero attimo, si fonda il pensiero debole dello show di Lauzi. Non credendo alla possibilità, all'urgenza, all'utilità soprattutto di caricare di significati le proprie azioni, l'autore gioca ebraicamente con il pessimismo della sua ragione facendolo esplodere in allegria che pervade tutto lo spettacolo e coinvolge il pubblico presente in sala. A simbolo della vanià del tutto, a cominciare dallo show, Lauzi e i suoi collaboratori, un trio di affiatati professionisti, danno luogo in apertura all'esecuzione di un pezzo e poi escono di scena come se lo spettacolo fosse finito salutando tutti. Dopo attimi di silenzio e di imabarazzo, gli artisti rientrano prendendo possesso del loro elemento di scena, un attaccapanni, un cappello, una vecchia sedia e una scatola bianca da scarpe.