Lavia, ammalato di solitudine, s’impantana nei monologhi

Matrimonio consolidato quello tra Fedor Dostoevskji e Gabriele Lavia che dopo «Il sogno di un uomo ridicolo» e «Una donna mite» si è cimentato con uno dei racconti più inquietanti dello scrittore russo, «Memorie dal sottosuolo». Testo scritto negli anni della piena maturità artistica e dove l'autore si addentra nella coscienza di un uomo complesso e problematico che si crogiola nella solitudine in un gioco perverso di ricordi, coltivando la speranza di vincere i suoi fantasmi attraverso la loro evocazione.
L'attenzione dell'attore-regista si sofferma soprattutto su alcuni episodi della vita del protagonista del racconto in cui evidenzia come anche una persona «a modo» per l'opinione comune possa essere in realtà sordida e abbietta. Si compiace nell'esaltare la condizione umana dell'uomo solo, ripiegato su se stesso, che vive in un tugurio conscio della sua miserevole condizione dalla quale però non ha alcuna voglia di uscire. In questo percorso gli è complice la scenografia di Carmelo Giammello, presa qua e là dai suoi spettacoli precedenti quali «Dopo la prova» e «L'avaro», in cui armadi a tutta altezza pieni zeppi di libri polverosi, divani sporchi e logori e bambole vecchie e rotte fanno da tappezzeria ad un palcoscenico ricoperto di neve fresca, metafora di un «impantanamento» dell'anima, in cui l'attore si rotola enunciando lo scarafaggio di Kafka. La solitudine è la malattia del protagonista, dice Lavia, e porta con sé l'indifferenza, l'astio, il livore, l'odio nei confronti degli altri inducendo l'Uomo ad essere un mostro. Indiscutibile la sua bravura nel recitare moderno e naturalistico, ma meno interessante è il contorcersi nelle elucubrazioni mentali di un personaggio che sembra più autobiografico che fedele al testo apparendo eccessivo e troppo voyeuristico: i monologhi sono spesso prolissi e noiosi anche quando l'attore cerca assenso dal pubblico. Accanto a lui il vecchio servo Apollon (Pietro Biondi), la sua coscienza, e la giovane prostituta Lisa (Alice Torriani), di cui si apprezzano senz'altro più le doti fisiche, messe ben in evidenza dal regista, che quelle di attrice. Le musiche di Andrea Nicolini danno una connotazione grottesca adeguata ad un lavoro costruito più sulla comicità, malgrado il tema tragico.