Lavia indaga sull’ambiguità di Macbeth

Reduce dalla pausa pasquale appena conclusasi, la scena capitolina torna ad animarsi di prime importanti. Con estro e raffinatezza, per esempio, due grandi mattatori come Gabriele Lavia e Paolo Poli si propongono al pubblico romano in due allestimenti da non perdere. Il primo debutta questa sera all’Argentina nel doppio ruolo di interprete principale e regista di un Macbeth shakespeariano dove l’accento metateatrale diviene vettore di un’ambiguità assoluta e moderna. In un Palcoscenico-Mondo che mescola tempo della finzione e tempo della rappresentazione, prende forma questo cupo dramma del potere «È la tragedia del tempo umano - spiega Lavia -, un tempo fatto di paura. È la tragedia del tempo di un Uomo Nuovo condannato al fare per potersi fare. Un uomo che vive nell’ambigua incertezza di essere qualcosa e non essere mai nulla con certezza». Intorno al protagonista si muovono i numerosi personaggi del testo, affidati, tra gli altri, a Giovanna Di Rauso/Lady Macbeth, Maurizio Lombardi/Duncan, Biagio Forestieri/Macduff, Patrizio Cigliano/Malcom. Dopo il successo di Sei brillanti, Poli torna ancora una volta all’Eliseo con un lavoro fantasioso e ironico (in scena da ieri) ispirato a Sillabari di Goffredo Parise, una silloge di piccoli poemi in prosa che, partendo dalla A di Amore fino alla S di Solitudine, scandisce un percorso nei sentimenti umani più comuni, raccontando situazioni vere ieri come oggi. Il bravo attore/regista toscano vi disegna infatti un’Italia che, pur rievocativa degli anni ’40, ’50 e ’60, sembra per molti versi quella attuale. Preziosi complici dello spettacolo (nel cast anche Luca Altavilla, Alfonso De Filippis, Alberto Gamberini e Giovanni Siniscalco) sono ovviamente le canzoni d’epoca e le musiche a firma di Jacqueline Perrotin, i costumi sgargianti di Santuzza Calì e le scene «pittoriche» di Emanuele Luzzati.
È invece affidato a un gruppo di interpreti che si sono conosciuti lavorando con Antonio Latella la mise en espace che, sempre da ieri, è in programmazione al Piccolo Eliseo Patroni Griffi. Si tratta de Il Vicario del tedesco Rolf Hochhuth, un testo che, pubblicato nel ’63 e rappresentato in ben trentotto nazioni, nella sola Germania ha venduto oltre un milione di copie. Al centro della vicenda descritta vi è l’ambiguo silenzio della Chiesa, e in particolare di papa Pio XII, di fronte agli orrori dell’Olocausto. Gli artefici di questo interessante progetto - e cioè, Matteo Caccia, Marco Foschi, Enrico Roccaforte, Annibale Pavone, Rosario Tedesco e Cinzia Spanò - propongono una lettura di alcuni brani dell’opera mettendosi sulle tracce dell’allestimento «clandestino» che ne fecero Carlo Cecchi e Gian Maria Volontè nel ’65, prima che la censura intervenisse a cancellare «Il Vicario» dai cartelloni teatrali del nostro Paese.
Solleva problemi di fede e di afflato religioso, non senza trascurare però declinazioni chiaramente laiche, anche il curioso L’illusione Dio che Adriana Martino presenta a India da questa sera. Autrice di una partitura drammaturgica originale che cuce insieme brani di Spinosa, Nietzsche, Dostojevski, Flores D’Arcais, Vattimo, Onfray, Odifreddi e Scalari, la regista traccia le linee guida di un dibattito affascinante, che prende corpo attraverso le voci di Pietro Bontempo, Nicola D’Eramo, Bruno Viola, Fabrizio Raggi e Maurizio Repetto.