LAVINIA BIAGIOTTI «Non ho lo psicanalista È merito delle suore»

Questa intervista rischia di essere un’agiografia e non potrebbe essere altrimenti. Lavinia Biagiotti Cigna (il suo nome per esteso) è la figlia che tutti i genitori vorrebbero avere, la madre che ogni pargolo si merita, la sorella ideale, la moglie desiderabile, la fidanzata dei sogni, la socia con la quale fare buoni affari: è bella e brava, è alta Dio solo sa quanto (e meno male che porta scarpe basse), ha un nome poetico e un cognome potente, ha il sorriso facile, la capacità di gestire insieme a mamma Laura uno dei marchi del Made in Italy più famosi nel mondo e inoltre vive in un castello, come le principesse dei romanzi cavallereschi. Vabbe’, intorno al maniero non ci sono foreste incantate ma più prosaici campi da golf e durante la settimana lavorativa la nostra Lavinia, che è consigliere della Camera nazionale della moda, ha più probabilità di imbattersi in Dolce e Gabbana piuttosto che nei cavalieri della tavola rotonda. La sua vita non è stata tutta una favola, a 17 anni le è morto il padre, dopo una lunga leucemia affrontata con coraggio. Figlia legatissima, ha voluto guardare in faccia la realtà e stargli vicino fino all’ultimo, con l’aiuto di una fede ammirevole: «Mi sono sempre affidata alla Madonna, sia nel momento della malattia che in quello della morte». Dopo un colpo del genere altri avrebbero barcollato per poi magari cedere al solito grande gruppo finanziario ma le Biagiotti no, decisero di andare avanti da sole e Lavinia, per stare vicino alla madre, in men che non si dica si ritrovò adulta, operativa in azienda.
Come ha fatto una brava ragazza a salvarsi l’anima nel mondo ipercompetitivo, esibizionistico e scandalistico della moda?
«Non tutta la moda è scandalo ed esibizione, il nostro ambiente è meno fiera della vanità di quello che sembra. Non ci siamo solo noi, ci sono altre famiglie molto unite, i Missoni, i Trussardi… È un aspetto poco conosciuto solo perché nella civiltà delle immagini è difficile fare sensazione con la normalità».
Sono qui per questo, per far emergere la grazia che anima gli ambienti più impensati. Però mi ci vuole un esempio.
«Un esempio è stata la messa per Gianfranco Ferrè. Volevamo ricordare questo personaggio molto amato e molto stimato, appena scomparso, e io ho proposto di farlo con una messa all’inizio della settimana della moda. L’abbiamo celebrata in San Marco, a Milano. Chiesa gremita».
Come Biagiotti avete mai pensato di contribuire all’abbigliamento ecclesiastico, oggi piuttosto negletto? C’è una fantastica scena del film Roma in cui Fellini si immagina una sfilata di monsignori…
«Mia mamma donò una casula a Giovanni Paolo II e qualche tempo fa una sua carissima amica, durante un pellegrinaggio, la trovò conservata nel museo della Madonna Nera di Czestochowa. Fu una sorpresa commovente, specie per me che gli sono particolarmente devota: sono nata il 12 ottobre del 1978 e lui è diventato Papa il 16, quindi è stato il Papa della mia vita. Il suo “Non abbiate paura” mi ha sempre guidato».
E per Benedetto XVI, amante dei copricapo vecchio stile, avete qualche suggerimento vestimentario?
«Non credo ne abbia bisogno, ciò che indossa è già coerente con la sua linea dottrinaria».
Sbaglio o c’è una coerenza anche tra i vostri vestiti e il vostro modo di pensare? Il famoso bianco Biagiotti simboleggia la purezza?
«È il colore che ci ha sempre contrassegnato e mia madre lo ha scelto perché significa purezza ma anche positività, luminosità. La nostra moda è basata sui toni chiari, mediterranei».
Vi sentite responsabili in qualche modo del fenomeno anoressia?
«No, noi siamo conosciuti per una moda morbida, mia madre è stata definita la regina del cachemire, un materiale che si adatta come nessun altro al corpo della donna. Le nostre taglie più vendute sono la 44, la 46 e la 48. Uno dei nostri pezzi forti è l’abito-bambola, con la vita impero, molto alta, che non obbliga a essere magre».
Se non è un problema delle clienti potrebbe esserlo delle modelle?
«Può darsi che qualche agenzia spinga le aspiranti modelle a dimagrire ma nei nostri backstage c’è abbondanza di panini e dolci, mangiano tutte con appetito. Spendiamo una cifra di catering».
Oltre al digiuno estetico c’è il digiuno spirituale, ad esempio in quaresima.
«Io sono molto golosa di cioccolata per cui in quaresima non ne mangio. Sono piccole privazioni che fanno molto bene a chi conduce una vita piena di agi».
Astinenze e fioretti sono buone abitudini che di solito si imparano da bambini.
«Io ho avuto la fortuna di avere un’educazione religiosa ed è stato un grande merito della mia famiglia e anche delle suore dell’istituto Marymount, sulla via Nomentana, dove ho studiato dall’asilo alla maturità classica».
Nessuna vessazione? Nessuna morbosità? Sugli istituti religiosi incombe una leggenda nera.
«Me lo hanno chiesto anche i miei amici ma devo rispondere di no, non ho avuto nessun problema. Messe e preghiere non le ho mai sentite come un’imposizione e anzi sono grata a queste suore per avermi trasmesso una visione gioiosa della religione che mi ha permesso di affrontare il bello e il brutto della vita. Grazie a questa educazione non so che cosa sia uno psicanalista».
Dopo il Marymount quali sono stati i luoghi della fede?
«La nostra chiesa qui a Roma è San Lorenzo in Lucina, dove ho fatto la cresima e dove si sono svolti i funerali di mio padre. A Guidonia vado in una chiesetta di campagna sulla Nomentana dove di solito faccio la veglia pasquale, quella con la benedizione del fuoco. Vado anche alla Madonna del Divino Amore, il santuario sull’Ardeatina. A Milano invece vado in una chiesa di via Manzoni…»
San Francesco di Paola.
«Sì, ci andavo anche da bambina, insieme alla tata, per accendere i lumini».
Il vostro castello di Guidonia avrà senz’altro una cappella: è consacrata? Vi si celebrano delle funzioni?
«A Natale facciamo la messa con i dipendenti, è bello condividere questi momenti. Non lo so con precisione se la cappella è consacrata o meno ma Gesù ha detto: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”».
Caspita, è una citazione letterale dal Vangelo secondo Matteo.
«Il Vangelo è una fonte di nutrimento importante per un cattolico».
A parte il Nuovo Testamento sul comodino, da che cosa dovrebbe riconoscersi un credente?
«Dalla speranza. Se il messaggio di Gesù è arrivato davvero al suo cuore, il cristiano non si dispera, neanche di fronte alla morte. Ci possono essere momenti di rabbia e di stanchezza ma il cristiano non può perdere la speranza».
Questa intervista ormai è una messa cantata, bisogna assolutamente inserire qualche dissonanza. A vizi capitali come siamo messi?
«Nella moda il peccato numero uno è la superbia. Ma io pur avendo obiettivi importanti sono molto conscia dei miei limiti».
Da aspirante inquisitore ho individuato un’omissione: niente croce al collo, come mai? Eppure San Paolo ha detto: «Non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo».
«Ne ho una nella borsa, di solito la porto ma oggi non me la sono messa proprio perché sapevo che ci saremmo incontrati. Mi sono detta: se mi vede con la croce, subito ne scrive».
È molto vistosa, molto preziosa?
«È molto pura».