Per lavorare bene basta indossare il cappotto di Gogol’

«Lavoro come attività meccanica, dura e penosa, slegata da uno scopo vissuto come direttamente significativo dal soggetto. È l’idea espressa dal latino labor, “vacillare sotto un peso”. Anche il francese, spagnolo e portoghese (travail, trabajo, trabalho) ci raccontano una storia di sofferenza: il tripalium (tre pali) è uno strumento di tortura al quale il reo è legato. Invece il tedesco Werk e l’inglese work risalgono a una radice che ci parla di forza fisica, di energia, di frutti del lavoro, portano dunque nel loro codice genetico l’idea di “attività produttiva”: lavorare è destinare capacità e strumenti alla creazione di valore», sostiene Francesco Varanini.
È possibile passare dal labor al Werk? Secondo Varanini (una vita spesa nella formazione professionale e nella consulenza aziendale), sì. Si potrebbe affermare, con uno slogan, meno Bocconi e più umanesimo. Meno sociologia e più letteratura. Per dirla col Ferdydurke di Witold Gombrowicz, occorre imparare «a preservare la nostra freschezza interiore dal demone dell’ordine».
Se è vero, come ci insegna la lettura di un classicissimo come Il cappotto di Gogol’, che «la radice dell’infelicità umana sta nelle relazioni corrotte, private di affettività e di attenzione per l’altro, trasformate in procedure, in mansionari, in ruoli», allora, piuttosto che affidare la cura delle relazioni a «giardinieri» che potano e sistemano in nome di un loro parco ideale, molto meglio affidarsi allo studio «applicato» della letteratura. Perché non c’è «caso aziendale» mandato a memoria che possa insegnare l’elasticità di fronte al reale come invece percorrere i «mondi possibili» della fiction. Insomma, il segreto primo è «aprire la mente»: «La nostra capacità di affrontare situazioni nuove e difficili non si alimenta con lo studio accanito. Il presente incerto può essere vissuto efficacemente solo se la nostra mente, lavorando senza costrizioni, sull’onda dell’emozione, porta alla luce qui e ora le conoscenze che servono adesso».
Una dimostrazione pratica del «metodo Varanini» (già in opera, oltre che sul campo, nella rubrica di «casi aziendali trattati dalla letteratura» tenuta dall’autore per quattordici anni su Sviluppo & Organizzazione) è in Leggere per lavorare bene. Nuovi romanzi per i manager (Marsilio, pagg. 296, euro 19), ideale sequel del fortunato Romanzi per i manager. La letteratura come risorsa strategica. Ventidue i romanzi antologizzati e commentati. Ovvero, la letteratura vista come chiave per penetrare gli arcana aziendali. Tra autori grandissimi (Alessandro Manzoni, Honoré de Balzac, Edgar Allan Poe), misconosciuti (Felisberto Hernández, Benito Pérez Galdós) e autentiche sorprese, come René Daumal, esoterico allievo dell’esotericissimo Georges Gurdjieff, che ci allena come pochi a «essere nella situazione», attraverso le case history si impara a vivere meglio col e nel proprio lavoro. Non è insomma il denaro a fare la felicità, ma anche un buon rapporto con la propria professione, fosse anche quella del mendicante o del venditore di calze. Non è un caso, dunque, se il volume, circolarmente, si apre e chiude su note di «speranza»: l’armonia e il diletto nel lavoro (le Affinità elettive di Goethe) e l’apertura della mente alle opportunità (Amerika di un insospettabile Kafka).
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