Lavorare contenti ora fa bene anche al business

Valore D ha sondato fra le sue aziende i nuovi obiettivi. Al primo posto c'è il benessere dei collaboratori. Così c'è chi ha messo a disposizione il massaggiatore aziendale...

L'auto aziendale, i buoni pasto, part time, premi di produzione e per chi è più «smart», il lavoro «agile» da casa. Mentre c'è ancora chi combatte - e per lo più senza apprezzabili vittorie - per conquistare le basi del welfare, ci sono aziende che sfidano la crisi e si pongono un obiettivo che è tutto un programma: la felicità. È l'ultima frontiera del welfare aziendale. Il perché è semplice e quantificabile: dipendenti felici uguale maggiore produttività, ovvero maggiori guadagni. Lo dimostrano ormai svariate ricerche, come quella di Gallup Healthways che già nel 2008 aveva misurato il rapporto tra felicità e produttività nella grande distribuzione. Risultato: lavoratori più soddisfatti riescono a incrementare le vendite del 37% e la loro creatività è tripla. I musoni invece non solo vivono peggio - loro e chi gli sta accanto - ma fanno perdere in Usa una cosa come 500 miliardi di dollari ogni anno. Valore D, l'associazione che promuove la leadership femminile nelle 150 imprese associate (tra cui Pirelli, Enel, Luxottica Tim, Microsoft...), ha registrato nell'ultima indagine questa nuova tendenza. I risultati sono stati presentati nella sede appena inaugurata di una delle associate, la Boston Consulting in pieno centro a Milano. Non a caso. Qui, tanto per fare un esempio, si può fissare una riunione sulla terrazza attrezzata al settimo piano dell'edificio che guarda le guglie del Duomo. Oppure si può prenotare on line il «chair massage» per un massaggio rilassante direttamente alla postazione di lavoro da parte di fisioterapisti professionisti o sfidarsi a una partita di ping pong, calciobalilla, giocare alla playstation, leggere, vedere film, ascoltare musica nella cosiddetta «Repower Room» stanza super hi tech con impianto surround. Certo non sono i benefit a fare la felicità. Riccardo Semler, Ceo della brasiliana Semco Partners e guru della felicità in azienda, nel suo best seller «The seven day weekend» sostiene che i dipendenti e i manager non dovrebbero più «soffrire» la differenza tra giorni lavorativi e tempo libero nel fine settimana: tutto dovrebbe essere fluido, piacevole, integrato, come se lavorare e divertirsi siano due facce della stessa medaglia, e i confini tra lavoro e vita privata potessero essere sfumati fino a confondersi. Così l'indagine dimostra che un'azienda su due (il 55,8%) considera la felicità una priorità, la maggior parte (il 78,9%) la vorrebbe raggiungere ma più di un'azienda su due non la «misura». «O se la misura utilizza ancora dei parametri vecchi», fa notare Anna Zattoni presidente di Valore D. Alla domanda «la felicità (in azienda) è...» la maggior parte la identifica con «un buon clima tra i collaboratori», «basso turn over» o «basso assenteismo». «Ma c'è qualcuno che ha cominciato a considerare che la felicità ha anche a che fare con l'immagine del brand», spiega Anna Zattoni. Insomma fa bene al business. Certo che parlare di felicità in un momento come questo dove per qualcuno basterebbe solo avere un posto di lavoro pare inconcepibile. Eppure ci sono aziende che lavorano e anche sodo su queste nuove sfide. Quella della felicità è la prima, ma subito a ruota segue quella del conflitto generazionale tra chi ha più di 55 anni e i giovani detti Millennials. In un'azienda su 4 gli over 55 sono tra il 30 e il 50% dei lavoratori ma solo il 15% delle aziende ha introdotto percorsi dedicati. Mentre un'azienda su due ha progetti studiati su misura per i giovani anche se sono ancora pochi.

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