Un lavoratore su sei è dipendente pubblico

Da un'indagine Eurispes emerge che in Italia un lavoratore
su sei è dipendente pubblico e uno su cinque è nel Mezzogiorno, il 52,7% del totale è donna
e gli assunti a tempo indeterminato hanno una retribuzione netta di 23.476,9 euro l’anno, più
bassa che nei più importanti paesi europei

Roma - In Italia un lavoratore su sei è dipendente pubblico e uno su cinque è nel Mezzogiorno, il 52,7% del totale è donna e gli assunti a tempo indeterminato hanno una retribuzione netta di 23.476,9 euro l’anno, più bassa che nei più importanti paesi europei. Sono alcuni dei risultati di una ricerca compiuta dall’Eurispes assieme alla Cisl Funzione pubblica sulla Pubblica amministrazione nel nostro Paese. Contro il luogo comune di troppi fannulloni nella pubblica amministrazione, il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, ritiene che «un aumento di produttività non dipende da un maggiore sfruttamento del lavoratore ma è la conseguenza di tre fattori: investimenti, organizzazione e cultura». E poi, aggiunge, «c’è troppa politica nel pubblico impiego, troppe consulenze, troppe esternalizzazioni date a cooperative false e ad aziendine senza arte nè parte se non per legami con sindaci ed assessori».

3,6 milioni di lavoratori Per il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, «occorre puntare su una vasta operazione di rilancio dell’immagine della pubblica amministrazione e dei suoi settori elevando la qualità nei servizi offerti ai cittadini». Un esercito imponente, quindi, quello della Pubblica amministrazione in Italia che nel 2006 era di circa 3,6 milioni di lavoratori, dei quali il 42,3% negli Enti locali, l’1,6% negli Enti di previdenza ed il 56,1% nello Stato. Oltre a questi, al 2005, vi erano poco meno di 500.000 lavoratori atipici e/o a tempo determinato utilizzati «a contratto» per cui il pubblico garantisce l’occupazione ad oltre 4.500.000 lavoratori (oltre il 60% ha una anzianità di servizio inferiore a 20 anni), pari al 22% dell’intera forza lavoro ed al 30% dei lavoratori dipendenti, considerando anche i rapporti di consulenza e i dipendenti delle ditte a cui sono affidati lavori di pubblica utilità o di appoggio alle stesse amministrazioni.

Il popolo dei mille euro al mese Dal 1992 al 2005, spiega la ricerca, la spesa della P.A. per il personale è passata da 98,9 miliardi a 155,5 miliardi di euro. Facendo un raffronto con altri paesi europei, se in Italia la retribuzione media netta annua è di meno di 24mila euro, in Francia è di oltre 36.000 euro, in Spagna di 27.622, in Germania di 27.111 e in Gran Bretagna di 26.492. La ricerca definisce «popolo dei milleuristi» i Co.co.co, che nel 2005 erano 93.239 per un costo medio annuo a contratto di circa 11.000 euro, che corrispondono a circa 910 euro mensili e in totale 1.024 milioni di euro lordi circa all’anno.

Sono state soprattutto Regioni e autonomie locali a impiegare maggiormente questa forma contrattuale con 47.437 collaborazioni. Nel 2005 nella P.A. c’erano circa 505.968 precari, di cui 103.349 a tempo determinato, 4.786 contratti di formazione, 9.067 di somministrazione di manodopera, 34.457 lavori socialmente utili, 225.716 nella scuola, 93.239 collaborazioni continuate e continuative, 35.354 consulenze di studio e ricerca. Visti i ritmi di crescita, secondo l’Eurispes, c’è il rischio che da qui a fine 2009, la Pubblica amministrazione si ritrovi con un esercito di personale senza contratto a tempo indeterminato ben superiore alle 700.000 unità. Lo studio evidenzia, poi, che la retribuzione del personale del pubblico impiego pesa sul complessivo pil in Italia per il 12,5%, inferiore a Danimarca, Svezia (18,1%), Finlandia (17%), Francia (12,8%), Austria (12,7%) ma superiore a Spagna (12,3%), Regno Unito (11,7%), Germania (10,1%), e Paesi Bassi (8,6%).

Spesa complessiva in aumento Volendo sapere quanto costa in media ad ogni cittadino il settore del pubblico impiego, l’Eurispes afferma che in Italia si è passati dai 2.183 euro del 2000 ai 2.660 euro del 2005. Dal 1992 con la prima legge del blocco delle assunzioni per le Pubbliche amministrazioni e sino al 1999, il numero dei dipendenti pubblici è diminuito di oltre centomila unità (-3,3%) ma poi è risalito per effetto quasi esclusivamente dei contratti a tempo determinato e di quelli atipici, passati da appena 120.000 all’inizio degli anni Novanta (e tutti concentrati nella Pubblica Istruzione, i cosiddetti supplenti) agli oltre 600.000 stimati per il 2006 dall’Eurispes.

Innalzamento dell'età media Il blocco ha determinato un innalzamento dell’età dei dipendenti pubblici: tra il 2001 e il 2003 l’età media è passata da 43 a 45,1 anni, con un invecchiamento di circa 2 anni. Se il trend si è mantenuto sugli stessi ritmi si può stimare che l’invecchiamento della P.A., almeno quella a tempo indeterminato, sia stato, dal 1992, non inferiore ai dieci anni. Nel nostro Paese il mercato delle consulenze esterne si aggira intorno ai 2 miliardi di euro.