Il lavoratore vuole meritocrazia «Premi solo a chi si impegna»

Antonio Signorini

da Roma

I lavoratori italiani sono sostenitori della meritocrazia. E sempre più convinti che il sindacato debba essere autonomo dalla politica. Il ritratto dell’Italia del lavoro oggi emerge da una ricerca svolta dall’Ires-Cgil e presentata ieri dal segretario generale della confederazione Guglielmo Epifani e dal responsabile dell’Istituto di ricerche di Corso d’Italia Agostino Megale. A parte alcuni allarmanti dati strutturali, come l’ormai cronico basso livello delle retribuzioni italiane (il 35 per cento del campione guadagna meno di mille euro al mese) il rapporto dà uno spaccato inedito del come la pensino gli italiani in tema di contrattazione e salario aggiunto. Dati che diventano ancora più interessanti se si pensa che la fonte è il centro ricerche di un sindacato strenuo difensore della contrattazione nazionale.
Gli italiani, spiega la ricerca Ires, apprezzano gli incentivi retributivi ad personam. «La maggior parte dei rispondenti mostra di apprezzare la dimensione personale ed inviduale di questa incentivazione economica». I favorevoli agli aumenti individuali sono il 60 per cento degli intervistati (un campione di 6mila persone rappresentative di tutto il mondo del lavoro). Di questi un terzo vogliono che gli aumenti siano trattati al livello individuale e solo il 27 per cento chiede esplicitamente che siano negoziati dai sindacati.
I più meritocratici sono i dipendenti delle piccole imprese. Nelle imprese sotto i 15 dipendenti il 40 per cento dei lavoratori preferisce contrattare gli aumenti direttamente con il datore. Tra gli ostili spiccano le donne («probabilmente svantaggiate in questi meccanismi», spiega il rapporto) i lavoratori con bassi titoli di studio, i dipendenti del commercio e i lavoratori del Sud e del Nord Est.
Altro dato inedito contenuto nella ricerca «L’Italia del lavoro Oggi» è il tasso di sindacalizzazione dei lavoratori atipici che fino a oggi non era mai stato registrato in indagini con un campione così ampio. Dei lavoratori «non standard» solo il 23 per cento è iscritto al sindacato, contro quasi il 50 per cento dei dipendenti con un contratto tradizionale. Il 34 per cento dei vari part time o Co.Co.Pro. sta comunque pensando di iscriversi. Ma la risposta più interessante all’intervista del sindacato di sinistra è quella che i lavoratori hanno dato alla domanda sull’atteggiamento che dovrebbe tenere il sindacato nei confronti dei grandi schieramenti politici. L’opzione «interventista» («schierarsi con la coalizione più vicina») e quella «pragmatica» («schierarsi di volta in volta») hanno raccolto a malapena un terzo dei consensi. Il 64 per cento dei lavoratori preferisce che il sindacato sia autonomo e «non si schieri con nessuno». Questo atteggiamento, ha spiegato Megale, convive con una forte politicizzazione degli iscritti al sindacato, dimostrata dal fatto che ben il 90 per cento degli iscritti alla Cgil pensa che il centrosinistra possa tutelare meglio i suoi interessi (percentuale vicina al 70 per gli iscritti alla Uil e al 67 per cento per quelli della Cisl) mentre il 69,2 per cento dei lavoratori dell’Ugl pensa, al contrario, di essere rappresentato meglio dal centrodestra.
Il rapporto sul lavoro italiano registra anche un crollo dell’antagonismo nei posti di lavoro. Ventisei anni fa alla Fiat c’era un 26 per cento di lavoratori che per ragioni ideologiche vedevano nell’impresa comunque un nemico, contro un 42,4 per cento di collaborativi e un 31 per cento di conflittuali. Oggi gli antagonisti si sono ridotti all’11 per cento. Il restante 89 per cento è più o meno collaborativo. «Hanno un atteggiamento pragmatico-razionale» - spiega ancora il presidente dell’Ires - che consiste nel collaborare nella creazione di ricchezza da parte delle aziende, e da una richiesta di condividerne un po’.