Lavoratori, state a casa

Il telelavoro migliora la vita dei dipendenti, che
gestiscono il tempo in autonomia. E conviene<br />

State a casa, se potete. Il mondo non vi regge più: troppi pendolari, troppi veicoli, troppi incidenti, troppo inquinamento. E troppe spese, troppo spreco. Lo volete capire sì o no che il petrolio è quasi esaurito? Vi starete chiedendo perché uso la seconda persona plurale, anziché la prima, il voi anziché il noi. Semplice: sto scrivendo da casa mia. Sono un privilegiato, lo ammetto. Ma solo in parte, come spiegherò più avanti.
Dice: «Vediamoci a Milano, che andiamo a mangiare un boccone insieme». Scherzi? Vediamoci a digiuno col videotelefonino. O al massimo con la webcam: non ho ancora capito come si faccia, anche perché non mi serve farlo, ma so che si può fare. Avete mai ascoltato che cosa canta Franco Battiato? «Sulle strade al mattino il troppo traffico mi sfianca; mi innervosiscono i semafori e gli stop, e la sera ritorno con malesseri speciali. Non servono tranquillanti o terapie, ci vuole un’altra vita».
Ebbene un’altra vita è possibile. Qui e ora. Si chiama telelavoro. Chi può, lavori da casa. Mi rivolgo anche a voi, cari imprenditori: vi conviene. Volete abbassare il tasso di litigiosità in azienda? Evitate di obbligare i dipendenti a stazionarvi tutto il santo giorno. Via, sciò, a casa! Un miliardario mio amico è arrivato al punto da pagargli un extra in busta paga purché se ne tornino a pranzare in famiglia: «Mense nelle mie fabbriche non ne ho mai aperte, e non ne voglio neppure in futuro. Fossi matto: mettine insieme più di uno, diciamo da due in su, e diventa un sindacato parallelo, una centrale di pettegolezzo permanente». A che vi serve avere gli impiegati fra i piedi? A essere riveriti? A gratificare il vostro ego? A impartire ordini per poter dimostrare a voi stessi e agli altri che siete bravi, che siete potenti, che siete simpatici, per farla breve che siete, che esistete? Non ne vale la pena. Se volete parlarci, telefonategli. Se avete indicazioni da dargli, mandate una mail. Se intendete muovergli una contestazione, fategli scrivere dall’avvocato.
Certo, non tutti i mestieri si prestano. Qui stiamo parlando di terziario più o meno avanzato. Colletti bianchi. Gente che, in genere, usa più la testa che le mani per produrre reddito e che opera prevalentemente col computer. Prendete Loredana Casagranda, per esempio, dipendente dell’Autostrada del Brennero Spa. Da molti anni prepara le buste paga dei suoi colleghi standosene a casa propria. Ma solo perché è paraplegica. Altrimenti i superiori della A22 la costringerebbero a presentarsi tutte le mattine in ufficio. Vi sembra giusto che ne sia stata esentata solo da quando è finita in carrozzella? A me no. Quindi si farà così, per cominciare: tutti coloro che si occupano di stipendi, contabilità, fatturazioni, forniture, contratti, via, sciò, a casa! Ed Eugenio Benetazzo, trader professionista, lavora forse nei dintorni di piazza Affari a Milano? No, vive sei mesi l’anno a Vicenza e sei mesi a Malta e ovunque si trovi dispone di un terminale per operare nelle Borse dell’intero pianeta ed è talmente informato che finora ha azzeccato tutte le previsioni sull’andamento dei mercati mondiali: rialzo dei tassi, brent a 100 dollari il barile, scandalo dei mutui casa, corsa dell’oro. Quindi si farà così: tutti i bancari che affollano gli sportelli d’Italia per svolgere le medesime attività, via, sciò, a casa!
La situazione è seria, in cielo come in terra. In Europa il traffico aereo aumenta in media quasi del 4% al mese; entro due anni, i sei principali aeroporti, tra cui Londra, Francoforte e Amsterdam, non potranno accettare nuovi voli e altri 20 saranno prossimi al collasso; già adesso, prima di ottenere il permesso per atterrare a Londra, ogni pilota gira in tondo nel cielo di Heathrow per 40 minuti: un minuetto che brucia 1.000 litri di cherosene. A Milano l’Atm è stata costretta, dall’11 febbraio, a spostare in avanti di 60 minuti, dalle 19 alle 20, l’orario di punta della metropolitana: i convogli non bastano più. Ogni giorno 850.000 romani si riversano nella capitale provenienti dalla provincia: 350.000 in auto, 300.000 in treno, 200.000 con i mezzi pubblici; il sociologo Domenico De Masi ha calcolato che almeno 300.000 di essi un paio di volte la settimana potrebbero svolgere da casa le attività per cui intasano la città.
Le aziende previdenti stanno correndo ai ripari. In Giappone la Panasonic ha cominciato a introdurre il telelavoro per 30.000 dipendenti, la metà dell’organico. In Europa i telelavoratori sono 20 milioni, in Italia 1,8 milioni. In Gran Bretagna un lavoratore su 14 presta servizio dalla propria abitazione con l’ausilio di computer, Internet, posta elettronica e telefono. In Italia appena uno su 25. Eppure tre anni fa alla Regione Toscana, dove risultavano assunti 21 telelavoratori, è stata registrata per ciascuno su base annua una significativa riduzione nel numero di assenze dovute a malattia (due giorni in meno), un’economia di 1.665 euro sulle spese per l’auto, un risparmio di tempo per minori spostamenti pari a 227 ore. Ogni anno uno stipendio mensile e dieci giorni di vita regalati. Buttali via.
«Cicero pro domo sua», mugugneranno in redazione. È vero, da dieci anni mi sono sottratto ai doveri della colleganza, «che è odio vigilante», mi ripeteva sempre Enzo Biagi. Mi considero un veterano. Posso citare almeno una decina di direttori per i quali ho scritto, e con i quali ho avuto un bellissimo rapporto, senza averli mai visti in faccia: Roberto Zoldan, Alberto Tagliati, Pietro Giorgianni, Edvige Bernasconi, Willy Molco, Carlo Verdelli... Pietro Calabrese l’ho incontrato per la prima volta quando si accingeva a lasciare la direzione di Panorama: eppure ero un suo dipendente. Vittorio Feltri l’ho visto di persona solo al momento d’essere assunto in questo giornale: eppure ero stato per tre anni suo collaboratore fisso all’Europeo.
A chi mi tratta da invidiato speciale sono costretto ogni volta a ricordare che ho rinunciato ai cinque sesti dello stipendio da vicedirettore per godere di questa prerogativa. Gli spiego anche che l’autogestione del proprio tempo è più faticosa del lavoro stesso e richiede uno straordinario spirito di adattamento. Provate voi, dopo aver bazzicato per un quarto di secolo rumorosissime e vitalissime redazioni, ad avere come unico interlocutore il muro dello studio. La tentazione di radersi una volta la settimana e di sedersi al computer stando in pigiama diventa quasi invincibile dentro un giorno che trascolora in notte e una notte che si fa giorno senza soluzione di continuità. E infatti i colleghi, che lo sanno, ti telefonano a tutte le ore del giorno e della notte, «tanto è in casa», pensano non a torto. Ti pare di non lavorare mai e invece dopo un po’ ti rendi conto che lavori sempre, più di prima, con la pena accessoria di passare per accidioso. Alla fine subentra un assurdo senso di colpa e ti persuadi di sprecare le ore della giornata persino quando leggi quotidiani e settimanali, vale a dire quando fai il tuo lavoro. Ma la sensazione che deriva dalla completa padronanza del proprio tempo è esaltante e così pure la consapevolezza che si verrà giudicati non per come ci si veste e ci si atteggia, o per l’arco d’impegno più o meno lungo dedicato alle mansioni che ti sono affidate, ma solo per ciò che vali.
Comunque continuo a ricevere pressanti inviti per colazioni di lavoro, incontri, scambi di vedute. Ovvio: altrimenti come farebbero a giustificare la loro permanenza nel fortino metropolitano coloro che ci vivono asserragliati? Hai un bel dirgli che oggidì esistono aziende in grado di attrezzare salette fino a 28 persone per meeting virtuali, dotate di schermi cinematografici, visualizzazione tridimensionale e a grandezza naturale degli interlocutori seduti all’altro capo del pianeta, stereo che diffonde la voce dei medesimi addirittura rispettando la loro posizione nella stanza in cui si trovano, come nella vita reale. Niente da fare. Televisione, telequiz, telefilm, telecronache, telefonini, teleriscaldamento, telesoccorso, televideo, televoto: da noi tutto ciò che funziona a distanza ha un enorme successo. Tranne l’unica cosa su cui è fondata la Repubblica: il lavoro. Dipenderà mica dal fatto che poi non si andrebbe a mangiare un boccone insieme?
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it