Il «lavoro» dei parlamentari: anomalia con superstipendio

Caro Granzotto, mentre Brunetta cerca di fare in modo che i dipendenti statali lavorino un po’ di più, il «beneamato» presidente della Camera propone la riduzione dei giorni lavorativi dei nostri «beneamati» deputati. Giorni lavorativi già ridottissimi per ferie e assenteismo. Basta seguire in tv le sedute del «question time» per vedere la Camera praticamente deserta. Questa riduzione di orario di lavoro, inoltre, si applicherà sicuramente anche alla numerosa burocrazia della Camera.


Ma scusi, caro Imperia, e quand’anche fosse stabilito che l’orario di lavoro di deputati e senatori debba essere di otto ore al giorno, per quattro settimane al mese e per undici mesi all’anno? Per tutto quel tempo non potrebbero far altro che girarsi i pollici. Per usare un termine molto alla moda, il presidente Fini s’è limitato a ottimizzare (concentrandolo in tre settimane al mese) quel poco di impegno al quale gli onorevoli sono chiamati. Non è poco edificante che in Parlamento si lavori poco - se non ce n’è di lavoro, non ce n’è -, ma che per quel pochissimo che fanno gli inquilini beneficino di un trattamento economico, pensionistico e, diciamo così, ambientale che forse poteva andare bene nella Bisanzio di Basilio il Bulgaroctono. Lei, caro Imperia, si stupisce perché nelle sedute riservate alle interrogazioni a risposta immediata - question time - l’emiciclo sia pressoché deserto? Prendiamone una a caso: una settimana fa l’onorevole Aurelio Misiti, Italia dei Valori, pose una «question» su quali fossero «gli orientamenti del governo in merito alla questione Alitalia». Se mi telefonava gli rispondevo io, perché basta leggere i giornali per sapere ciò che l’onorevole dipietrista apparentemente ignora. Ed infatti il ministro - mi pare fosse Elio Vito - nulla ha risposto che non fosse noto e stranoto. Anche e forse soprattutto ai restanti 629 colleghi di Misiti, i quali hanno pensato bene di disertare l’aula e andare al Bar Giolitti a prendersi un gelato. Nelle democrazie compiute al Parlamento appartiene il potere legislativo (anche se parte della Magistratura non sembra volerglielo riconoscere, arrogandosi diritti di veto che gridano vendetta al cospetto dei princìpi democratici) e noi di leggi ne abbiamo tante che non riusciamo nemmeno più a contarle (suppergiù 150mila, quando la Germania ne ha 5mila e la Francia 15mila). Che si fa, caro Imperia, li mettiamo sotto, i parlamentari, perché lavorino di più sfornando altre leggi a rotta di collo? Per far quel che sono chiamati a fare, tre settimane di quattro giorni per, mediamente, dieci mesi all'anno bastano e avanzano, creda. Anche perché il grosso, ma diciamo pure il grossissimo, del lavoro viene svolto nelle segreterie dei partiti. Resta, su questo non ci piove, il ruolo simbolico del Parlamento nel quale una nazione, nel bene o nel male, si riconosce. Un ufficio, quello di rappresentanza, di alta, dirò di più: di altissima levatura, seppure non comporti l'ammazzarsi di lavoro. Stando così le cose, quell’ufficio andrebbe al massimo retribuito non a pioggia d’oro, ma giustappunto con un compenso simbolico. La paga di un professore di liceo secondo me sarebbe il giusto (anche perché, ancorandolo a quel ruolo, i professori vedrebbero nel breve tempo lievitare il proprio compenso, come accade ai presidenti di Corte di Cassazione alla cui retribuzione è attualmente collegata quella dei parlamentari. Per cui, quando questi vogliono rimpolparsi il proprio - e lo fanno ogni due per tre - devono prima rimpolpare il portafogli di quelli).