«Il lavoro dell’artista algerino è un’azione contro la paura»

Francesco Bonami, direttore artistico della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, crede fermamente nell’artista Abdessemed. A dispetto delle polemiche.
Adel Abdessemed ha la tendenza ad affrontare scomodissimi argomenti d’attualità: la violenza, il fondamentalismo, il terrorismo. Quali motivi dietro la scelta della sua personale?
«Credo che viviamo un momento molto complicato e difficile globalmente. Considero il lavoro di Abdessemed un mezzo molto efficace per dimostrare come l’arte possa parlare ed ascoltare il mondo».
«Nel mio cuore detesto la neutralità» ha detto Abdessemed. La sua opera si può leggere come «una presa di posizione»: è una caratteristica peculiare dell’artista o la possiamo rintracciare in altri artisti della sua generazione?
«Credo che anche il lavoro di Thomas Hirsshorn può essere visto in questa stessa ottica anti-neutrale».
Abdessemed è algerino di origini berbere, nomade per vocazione. Questo ha influito sul suo lavoro?
«È una condizione essenziale. Identità e arte in questo caso coincidono».
L’artista non ama la parola «performance» che vede legata all’economia e preferisce parlare di «atti». Come definire le sue opere?
«Sono sia azioni che osservazioni nel senso di testimonianza».
Sono opere in genere eseguite illegalmente e senza permessi. È un aspetto significativo?
«Abdessemed si muove autonomamente dentro le convenzioni del sistema sociale. Portare un leone in giro per strada non credo sia illegale. Confondiamo la parola illegalità con la parola paura. Abdessemed lavora con la paura collettiva o forse contro di essa.