Lavoro, il governo licenzia se stesso

Alessia Marani

da Roma

Duecentomila per gli organizzatori, addirittura trecentomila secondo Piero Bernocchi, leader dei Cobas, l’ala «dura» al corteo, i partecipanti ieri alla manifestazione anti-precariato a Roma. Hanno sfilato da piazza della Repubblica a piazza Navona, con le bandiere rosse dei comitati di lotta delle fabbriche, dei collettivi studenteschi, dei comparti sanitari e dei trasporti, con gli striscioni antigovernativi («Damiano amico dei padroni, vattene»; «Più soldi ad armi e banche, avari con deboli e precari») ben alti e stretti in pugno: «Siamo la sinistra che sta in basso, quella a cui in campagna elettorale avete promesso e ora non date niente», urla una voce al megafono mentre il serpentone umano scorre lungo via Cavour. Forse del megafono non c’era neppure bisogno. I rappresentanti di «quel» governo erano lì accanto, viceministri e sottosegretari come Gianpaolo Patta (Pdci), Patrizia Sentinelli, Alfonso Gianni e Rosa Rinaldi (Prc) e Paolo Cento (Verdi). I lavoratori e le lavoratrici dell’Athesia (i «dannati» dei call center), i «fantasmi» del Sant’Andrea di Roma («In quest’ospedale - dice Erminia Costa, Cobas - più del 40 per cento del personale è esternalizzato»), gli operai della Fincantieri («Ad Ancona ci stanno svendendo, gli appalti sono al ribasso sul costo del lavoro»), i metallurgici Fiom arrivati coi pullman dalla Sicilia, procedono misti ai punk-a-bestia dei centri sociali e agli attivisti dei movimenti di lotta per la casa, Action romano in testa. I no global capitolini dichiarano «guerra alle speculazioni» e armati di calcestruzzo sigillano col cemento le porte-vetrine delle agenzie immobiliari lungo il percorso. L’atmosfera è tesa. Soprattutto c’è imbarazzo. Il confine tra «amici» e «nemici», «opposizione» e «governativi» non è mai stato così labile. I precari Athesia a largo Argentina, si scagliano contro i delegati Cgil della Sicilia: «Avete fatto gli accordi con Confindustria, andate via». Affondano i Cobas in coda: «Gli italiani sono scontenti del governo e della finanziaria. Nessuno difende i lavoratori dipendenti mentre mettono le mani nelle loro tasche». Più chiaro un cartello: «Sindacati di governo, ladri di democrazia». Un ragazzo indossa una maglietta: «Sono precario e mi fa male il pancino, sarà colpa di Tremonti o di Fassino?». Il volto di Beppe Fioroni, ministro dell’Istruzione, appare stampato sui petali di una Margherita, il suo partito, tra le scritte «pubblico-privato» e «determinato o indeterminato». Allusivo lo slogan dei Rosso-Verdi: «La vita non è bella, solo con una fetta di... mortadella». «Questa è una manifestazione che non è né contro, né a favore del governo - taglia corto Franco Giordano, leader Prc -. È contro la precarietà. Condivido quanto detto da D’Alema che ha colto così lo spirito dell’iniziativa». Posizione che non sposa Salvatore Cannavò, portavoce della minoranza trotzkista di Rifondazione: «Siamo delusi per come il governo si sta muovendo, legge 30 e Bossi-Fini vanno abolite». Per Giorgio Miele, sinistra Ds, «bisogna dare risposte alla domanda di politiche sociali». Parla di «acrobazia politica» Roberto Villetti, presidente della Rosa nel Pugno alla Camera. «Non bisogna stupirci che ci sia una manifestazione per metà contro il governo e per metà a favore. Che vi sia un’ambiguità di fondo - dice - nei propositi di chi ha marciato è innegabile. Mantenere il piede in due staffe è un’acrobazia politica. Importante è che il peso dell’estrema sinistra non aumenti». Sarà difficile, visto che Cristina Cortesi (lotta per la Casa) dal palco di piazza Navona inneggia all’«autogoverno attraverso il conflitto sociale come strumento»; che Giorgio Cremaschi, segretario nazionale Fiom, grida a Prodi di ritirare la legge sul precariato come fatto da Chirac in Francia; che Margherita Regaldini, Rsu pubblico impiego, proprio guardando alla Francia auspica «solo l’inizio della battaglia». Allo «sciogliete le righe» una trentina d’estremisti, volti coperti, cerca lo scontro con la polizia. Ma vengono dispersi. Tutti a casa.