Lavoro, italiani sempre più flessibili

Sacconi: «Fenomeno da incrementare». Ma tra le imprese aumenta la mortalità

Rodolfo Parietti

da Milano

La maggioranza “timbra” ancora il cartellino sempre alla stessa ora quando inizia e quando finisce il turno di lavoro. Ma stanno aumentando gli italiani che, abbandonate rigidità un po’ vetero-industriali, hanno scelto di sperimentare la flessibilità dell’orario. Insomma, meno routine a favore di una diversa gestione della propria giornata: una formula scelta da circa il 33% dei lavoratori dipendenti, ha calcolato l’Istat. A conti fatti, si tratta di 5,4 milioni di persone su un totale di poco più di 16 milioni di occupati. Sono numeri non trascurabili, che testimoniano del cambiamento in atto nel mercato del lavoro e sembrano sfatare il mito del lavoratore poco disposto ad accettare qualsiasi cambiamento. Cogliendo un duplice obiettivo: da un lato, sottolinea l’Istat, di rispondere con maggiore tempestività alle esigenze aziendali; dall’altro di trovare «una conciliazione tra lavoro ed esigenze familiari». Meno positiva è però l’analisi sulle aziende, soggette a una precoce mortalità, non controbilanciata dalla nascita di nuovi soggetti imprenditoriali.
L’orario elastico avanza. Nel 2001 i dipendenti con turni flessibili rappresentavano il 27,5% del totale. Ora, sulla base dei dati a fine 2004, sono diventati il 33,8%. In tutto, 5 milioni 453mila, per la maggioranza uomini (il 36,1% del totale), anche se la percentuale resta alta anche tra le donne. Il processo di flessibilità non ha tuttavia coinvolto la durata del turno di lavoro, che resta rigido per circa 3,5 milioni di italiani. In sostanza, l’orario di uscita è determinato da quello di entrata, un meccanismo che interessa il 21,5% dei lavoratori subordinati e, anche in questo caso, gli uomini (il 23%) in una misura superiore a quella delle donne (il 19,6%). Appena il 2,7% ha la possibilità di disporre della flessibilità assoluta del proprio orario di lavoro.
Il part-time è donna. Una donna su quattro lavora a orario ridotto, in particolare usufruendo di una riduzione dell’impegno giornaliero che interessa il 9,2% del totale dei dipendenti. Il 2,4% lavora invece solo alcuni giorni alla settimana.
È domenica, si lavora. Per molti, la domenica non è più il giorno del riposo: sono circa 2,7 milioni (il 16,9% del totale) i dipendenti che lavorano proprio in questo giorno. Ma per il 42,6% dei dipendenti è normale anche lavorare di sabato. C’è poi una quota del 21% che impiega così la sera e il 12,4% che svolge un’attività in orari notturni.
Lo straordinario? Spesso è gratis. Sono stati 912mila i lavoratori che hanno effettuato almeno un’ora di lavoro straordinario nell’ultimo semestre 2005. Ma di questi 371mila non ricevono nulla, gli altri solo una parte della paga.
Le reazioni. Secondo il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi, «appare opportuno che, anche attraverso la contrattazione, si creino condizioni ancor più idonee alla reciproca adattabilità tra imprese e lavoratori nell’interesse della maggiore competitività dell’impresa e della maggiore inclusione nel mercato del lavoro di quanti richiedono orari flessibili.
Imprese, poche nascite. In Italia nascono sempre meno imprese: 277mila in tutto nel 2003, il livello più basso dal ’99. Inoltre, solo il 60,3% delle aziende costituite nel ’99 era ancora in piedi quattro anni più tardi. Il tasso di maggiore mortalità si concentra nel Centro-Sud, nel settore degli altri servizi.