Lavoro, l’America torna al 1945: bruciati 2,6 milioni di posti

Sono un esercito sempre più numeroso. In ritirata dal mercato del lavoro. Manager e carpentieri, metalmeccanici e mezze maniche, agenti di commercio e funzionari di banca. Tutti con lo stesso biglietto in tasca: lay off, licenziato per conclamato stato di crisi aziendale. È l’America dei senza-lavoro, lo specchio deformato dalla recessione, dove non sembrano esistere zone franche e l’emorragia occupazionale non risparmia né l’industria, né i servizi, né le costruzioni.
Gli americani a spasso sono ormai 11 milioni e il tasso dei disoccupati è schizzato alla fine del 2008 al 7,2%, il massimo degli ultimi 16 anni. Un’emergenza nazionale che rappresenta il rebus più complicato e la sfida più impegnativa per il presidente eletto, Barack Obama. Ciò che più inquieta nei dati diffusi ieri dal dipartimento del Lavoro è la rapidità con cui la situazione è andata incancrenendosi negli ultimi quattro mesi: dei 2,6 milioni di posti spariti nell’intero 2008, ben due milioni sono andati perduti tra settembre e dicembre, con un saldo negativo choc soprattutto in novembre (-584mila, dato rivisto rispetto alla stima preliminare di 533mila) e in dicembre (-524mila). È insomma una crisi dilagante, a macchia d’olio, contro la quale le contromisure finora adottate si sono rivelate fallimentari; una crisi capace di riportare indietro le lancette dell’America ai tempi della seconda guerra mondiale, al 1945, quando furono eliminati 2,8 milioni di posti.
Ma se la vittoria nel conflitto servì agli Stati Uniti da trampolino per riaffermare la propria leadership economica mondiale, oggi il futuro è fosco e carico di incognite. Perfino il tacito patto sociale in base al quale il lavoratore licenziato era quasi certo di trovare un nuovo impiego entro breve tempo, rischia di saltare: i disoccupati di lunga durata (più di 27 settimane) sono raddoppiati nel corso del 2008 a 2,6 milioni di unità. È qui che si pesca a piene mani la sfiducia che sta contagiando il Paese, che ne appiattisce i consumi, cambiandone comportamenti e stili di vita. È qui che Obama dovrà intervenire. «È chiaro che la situazione è grave. Si sta deteriorando e richiede un’azione urgente e immediata», ha commentato ieri il successore di George W. Bush, ribadendo nella sostanza quanto detto giovedì scorso durante un discorso tenuto alla George Mason University, in Virginia, quando aveva esortato il corpo politico a non perdere tempo nell’approvazione del piano di stimolo economico da 800 miliardi di dollari circa. Sul versante dei colloqui con il Congresso, Obama è parso fiducioso: «Sono stati realizzati progressi».
Meno ottimista sulle capacità taumaturgiche del Recovery Plan è un premio Nobel come Paul Krugman: «Il piano Obama non appare adeguato ai bisogni dell’economia. In questo momento siamo di fronte a due significativi squilibri economici: lo squilibrio tra il potenziale dell’economia e la sua probabile prestazione, e lo squilibrio tra la severa retorica economica di Obama e il suo piano un po’ deludente». E anche il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, non sembra del tutto convinto: «La grande speranza è che il piano funzioni, che l’America si rimetta in pista. Col cuore speriamo che vada tutto nel senso del presidente Obama, con la testa dobbiamo immaginare che tutti questi interventi possono non bastare».