Lavoro nero, un esercito di 70mila schiavi

In piazzale Lotto, alle 5 del mattino, un algerino che tutti chiamano Aisha e abbracciano con enfasi (come fanno tra loro i nordafricani quando s’incontrano) mi indica un tipo tarchiato che indossa una Lacoste verde tirata sulla pancia e tiene la sigaretta tra le dita proprio come porta i suoi 40 anni: con difficoltà. È italiano, naturalmente. «Fingi di offrirmi una “paglia” - mi dice sussurrando l’algerino, in un italiano perfetto e senza inflessioni, come per inscenare un incontro casuale -. È quello il capo, credo sia di Sorrento o giù di lì. Ma non dirgli niente, non ci parlare proprio. Sei una donna, sei bianca, capisce subito che fai la giornalista, dopo tutto il casino che è successo a Settimo, adesso, capirai. Diventa tutto più difficile.. Anche per noi: pensa che ci ha già istruito stamattina, ci ha fatto promettere di non dichiarare a nessuno quanto guadagniamo, di dire che portiamo sempre i caschi e gli scarponi antinfortunio (quindi di tenerli tutti a portata di mano). Figuriamoci! Io il casco lo metto solo quando mi danno un passaggio in scooter e gli scarponi non li ho mai indossati neanche per andare in montagna. Sui ponteggi? Ma quando mai! Il permesso di soggiorno? Ragazza, svegliati! Qui siamo tutti clandestini. È per questo che riescono a ricattarci, a darci 3-4 euro l’ora. Io questi lavori alla giornata li faccio da 14 anni e mi posso solo considerare un miracolato se, finora, non mi è mai capitato nulla di grave. Tra qualche mese compio 44 anni: sono fortunato a non essere ancora morto». (...)