Dal lavoro precario alla lotta di classe

Sembra studiato apposta per la ricorrenza del primo maggio «Appunti per un film sulla lotta di classe», il nuovo spettacolo di Ascanio Celestini, che debutterà domani al Teatro della Corte, tra aneddoti, frammenti di storie e canzoni incentrate sul mondo del lavoro precario, con repliche fino a sabato 5. Ovviamente è solo una coincidenza.
Ma non l'unica, come ci spiega l'autore.
Come è nata l'idea dello spettacolo?
Si è trattato di una serie di combinazioni. La prima è stata scoprire che nella periferia di Roma, praticamente dietro casa mia, sorge uno dei più grandi call center d'Europa, con ben 4000 dipendenti. Ne è scaturito un ciclo di interviste sul loro lavoro, che sto organizzando in un documentario, e da cui ho in progetto di trarre un film. La seconda coincidenza è che i call center sono grandi istituzioni totalizzanti, come i manicomi o i carceri: in questi stanno i pazienti e i reclusi, sorvegliati da infermieri e secondini; nei call center ci sono gli operatori telefonici e, un livello sopra, gli assistenti di sala, tutti comunque lavoratori precari.E i vertici delle tre organizzazioni sono inaccessibili.
Lo spettacolo verte sui ritmi alienanti dei call center?
Non solo: in scena c'è un personaggio che lavora in un call center, ma è coinvolta nella storia anche la sua famiglia, il condominio, il quartiere... L'odissea di un giovane in balia del lavoro precario, quindi. L'età non è precisata, anche perché, oltre a giovani e studenti, molti dipendenti sono sopra la trentina, specialmente donne; e ci sono anche ultraquarantenni, che non hanno trovato nessun altro impiego. Il precariato è un fenomeno ad ampio spettro e l'aspetto drammatico è che molti lavoratori non conoscono i propri diritti.
Un quadro davvero fosco. Ci sono vie d'uscita?
Io credo di sì. Nell'agosto del 2006 nel call center di Roma i lavoratori si sono auto-organizzati in un «collettivo» (dato che i precari non hanno diritto di essere rappresentati nei sindacati), che ha presentato un esposto sulle condizioni contrattuali e di lavoro all'ufficio provinciale del lavoro: un'inchiesta-scandalo, che ha travolto azienda e sindacati, sancendo l'assunzione a tempo indeterminato dei dipendenti, anche se part-time e ribadendo i diritti sanciti dalla legge Biagi.
Un lieto fine, almeno per il caso di Roma.
Non solo per Roma: oltre a costituire un importante precedente, la vicenda ha inciso anche sulla Finanziaria, che ha stanziato trecento milioni di euro per la regolarizzazione dei precari, pur condonando le aziende implicate. Inoltre è stato il primo germe di una coscienza di classe, di questa nuova classe di lavoratori precari, in una società in cui, pericolosamente, stanno ridiventando legali aberrazioni come il caporalato, il lavoro a cottimo, la cessione di un'azienda «dipendenti inclusi», come moderni servi della gleba. La forza dei lavoratori sta proprio nel costruirsi una cultura che li distingua e li opponga al dilagante paternalismo di aziende e stato, in un'inesausta trasmissione di conoscenze; solo così sarà possibile «uscire dal mondo delle ombre e attraversarle. E uno che impara a oltrepassare le ombre può attraversare anche i muri in cemento armato, i parlamenti dove tutti smetteranno di parlare».