Lavoro, la rivincita dei cinquantenni da rottamati a generazione del futuro

Lo sappiamo tutti come gira il mondo del lavoro: il candidato ideale, per qualsiasi azienda, è il venticinquenne con esperienza trentennale. Dovendo proprio scegliere, alla fine comunque meglio il giovane: purché brillante, purché aggressivo, purché rampante. Ormai abbiamo un'idea precisa dell'età evolutiva, come un dogma che nessuno si sognerebbe neppure più di discutere: trenta è bello, quaranta è al limite, cinquanta è da rottamazione.
Vogliamo dirlo? Per chi lo sta avvicinando, per chi l'ha appena superato, il mezzo secolo è come l'inizio della fine. Troppo giovani per essere vecchi, troppo vecchi per essere giovani. Comunque, immalinconiti all'idea di mettere il primo piede dallo sfasciacarrozze. Fuori, il mondo esterno non fa nulla per incoraggiare. Ricorre sempre la fatidica domanda, che induce al più euforico ottimismo: chi ti cerca più, a cinquant'anni?
Sembra di dover chiudere con il futuro, a cinquant'anni. Così abbiamo sempre pensato. Ma ora, all'improvviso, il contrordine. Ecco riaccendersi il lume della speranza. Neanche tanto timido. Il fenomeno è deciso e irreversibile. Cinquantenne, su la testa: c'è qualcuno che ancora chiede di te.
Massimo Picca è un cacciatore di teste, in senso buono, che lavora a Milano per la multinazionale americana Russell-Reynolds, quaranta sedi in tutto il mondo. Aziende d'ogni settore arrivano nel suo ufficio per trovare gli uomini giusti per i ruoli dirigenziali. È lui che certifica il messaggio di speranza: «I nostri dati sono chiari: c'è una decisa riscoperta del professionista più maturo. Abbiamo cominciato negli ultimi due o tre anni, adesso il fenomeno è consolidato. Fino alla fine degli anni Novanta, il cinquantenne era visto come un arnese da rottamare. Adesso, gli fanno la corte».
Si cerca l'esperienza. Si cercano uomini dai nervi saldi, dal polso fermo, dalla pazienza foderata. «Se per esperienza si intende la somma degli errori propri, o degli errori altrui che abbiamo comunque visto, il cinquantenne è l'uomo ideale. Certo, è come se il mondo girasse improvvisamente alla rovescia: gli anni Novanta erano l'epoca della “War for talent”, della guerra per assicurarsi i talenti. Carte false, senza badare a spese, per avere i giovani migliori. Poi, lentamente, si sono tutti accorti che l'inserimento e l'integrazione di questi talenti sono difficili. Richiedono tempi lunghi e costi elevati. Quando riescono. Così, ecco la riscoperta del cinquantenne».
Come al solito, noi italiani arriviamo dopo la banda. Questa riscoperta è l'onda lunga di un fenomeno che in giro per il mondo risulta affermato. Oggigiorno non è più «War for talent», ma guerra per i risultati. E per avere i risultati, vale la solita regola: meglio un vecchio bravo che un giovane cretino.
Spiega Picca: «Da come s'è messa l'economia, con i tempi e i ritmi vertiginosi che tutto macinano, tante aziende non possono più permettersi di allevare per dieci anni un giovane talento. Non c'è più tempo per aspettare. Fra dieci anni, dicono tutti, chissà dove saremo. Chissà cosa saremo. Inevitabile garantirsi gente pronta subito, in grado di fornire risultati istantanei».
Perché, tutto questo? Com'è possibile che il cinquantenne non sia più l'uomo della rottamazione, ma addirittura l'uomo del futuro? Picca sorride: «Userò una metafora. Con il primo figlio, è tutto una scoperta e un'ansia: oddio non mangia, oddio non respira, oddio ha la febbre. Col secondo già cambia. Col terzo, troppe ne abbiamo viste: prima di preoccuparci, deve proprio cascare il mondo».
Il cinquantenne è il padre al terzo figlio. Le aziende l'hanno capito. Molto prima in America, ora - benvenute - anche da noi. Succede esattamente quello che è toccato ai laureati in materie umanistiche: per un lungo tempo li abbiamo considerati sfaccendati e buoni a nulla. Poi, un giorno, dall'America ci hanno avvertito che le aziende cominciavano ad assumere dottori in filosofia e in psicologia, consapevoli che addestrare un saggio a mansioni tecniche fosse comunque più facile che trasformare un supertecnico in un saggio. Da quella volta, anche le nostre aziende hanno cominciato ad assumere filosofi.
Adesso è il momento del cinquantenne. Sdoganato e rivalutato, previa esperienza americana. Mai arrivarci da soli: comunque, l'importante è arrivarci. Oggi capita spesso che la grossa azienda, tra un quarantenne lanciato e un cinquantenne navigato scelga subito il meno giovane. Senza esitazioni. «Ovviamente - spiega Picca - ci sono motivi precisi. Il primo, è l'arrivo dei grandi Fondi alla guida di certe aziende: ci stanno al massimo cinque anni, poi rivendono. In quel breve periodo, devono risanare e fare risultato. Ovvio: cercano il cinquantenne garantito, che non richiede lunghi tempi di svezzamento. Lo pagano benissimo, tra l'altro. Poi ci sono le aziende familiari: in questo caso, il padrone ha un delfino, magari lo stesso figlio, che sta crescendo. Nell'attesa, però, deve fare risultato: di nuovo, caccia al cinquantenne. Farà da ponte, garantendo profitti, in attesa che il rampollo giunga a maturazione. Infine, i casi sempre più recenti di fusioni e assorbimenti. Il taglia e cuci. Da un punto di vista organizzativo, operazioni complesse. Ci sono i gialli e ci sono i blu, ma prima che diventino verdi ce ne vuole. Così, a governare questi processi esplosivi, servono uomini esperti, sicuri, affidabili. Certo, serve un cinquantenne...».
Musica per le nostre orecchie, di noi che ci stiamo arrivando o che ci siamo appena arrivati: serve un cinquantenne. Non sembra neppure vero. Sì, in un mondo che credevamo totalmente in pugno ai trentenni e ai quarantenni, risuona l'eco di questa suadente armonia: serve un cinquantenne. Mettiamoci tranquilli: lo sfasciacarrozze può attendere. Certo, poi lo sappiamo com'è: un giorno, senza nemmeno accorgerci, saremo sessantenni. Al momento, però, non è dato sapere se servono pure loro. Comunque non è detto: con calma, senza pregiudizi, finalmente liberi da facili mode e stupide tendenze, forse un giorno arriveremo a rivalutare anche altre età, scoprendo misteriosamente che a questo mondo c'è un posto per tutti.

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