Lavoro, per salvare il posto l’Unione pensa a un rinvio

Roma - Prove di resistenza al limite dell’area di rigore. Con un’unica, dignitosa e (forse ancora) possibile via d’uscita: buttare la palla sulle tribune. «Dobbiamo ancora approvare i collegati della scorsa finanziaria - ricorda Cesare Salvi, leader di Sinistra democratica -, ed è davvero curioso che si definisca immodificabile un protocollo scritto in sindacalese e firmato alle cinque del mattino... Un protocollo pieno di idee anche strampalate, come quella del sindacalista confederale che dà il bollino nero del precariariato a vita: aberrazione che neppure in Cina sarebbe più concepibile. La realtà è che l’accordo deve essere ancora tradotto in norme giuridiche e passare al vaglio del Parlamento. E, diciamo la verità, la parte che riguarda il lavoro precario non è urgentissima...».

Insomma, è un campetto piccolo e striminzito, quello sul quale si sono ridotti a sgambettare i giocatori della partita del welfare. E per ognuno l’unica necessità è salvare la faccia. Il ministro Damiano si dice disponibile «a fugare le ambiguità interpretative» e cita esplicitamente i contratti a termine. Il segretario di Prc, Franco Giordano, prende la palla al balzo e parla di «condizioni per modificare l’accordo». Il ministro Padoa-Schioppa è sicuro di un «accordo senza modifiche clamorose che lo snaturino». Un paio di cambiamenti sono possibili, ammette il verde Pecoraro Scanio, che ha da poco incrinato il fronte della Sinistra alternativa e sembra ora in procinto di accordarsi con Veltroni per rappresentare l’ala ambientalista del Pd.

A fronte di questa apparente disponibilità, la situazione rischia lo stesso l’implosione. Perché in ballo ci sono partite politiche di prima grandezza, quali la capacità di guida di Romano Prodi. Il premier sembra non controllare più nulla e nessuno, e il cattivo carattere finisce per alienargli le ultime sponde a sinistra (specie con la manifestazione contro il precariato alle porte). A destra, invece, il Senato ormai pullula di «distinguo»: Dini e D’Amico hanno già fatto sapere che terranno nel mirino il protocollo quando arriverà a Palazzo Madama. Dove, si sa, basta un soffio per far cadere il governo.

La partita può considerarsi di importanza ancora maggiore, se si considera che la nascita del Pd sta rendendo insostenibile la posizione del sindacato, e in particolare la Cgil di Epifani. Una scissione tra i «duri» della Fiom (Rinaldini e Cremaschi) e i «gialli» vicini al Pd governativo non è più considerata improbabile. Tutto dipenderà dal referendum tra i lavoratori che si apre oggi (fino al 10 ottobre), dall’entità e dalla geografia dello scontato «sì» al protocollo. Una vittoria con oltre il 75 per cento (possibile grazie al massiccio impegno dei pensionati) metterebbe al riparo tutti, governo compreso. Ma l’affermazione del «no» nelle fabbriche creerebbe una frattura insanabile tra Cgil e Sinistra. La situazione è talmente delicata che lo stesso Epifani, dopo aver battuto in lungo e largo i luoghi di lavoro, attacca la Sinistra che l’ha messo in off-side: «C’è stata l’azione di aree politiche che probabilmente hanno agito pensando ad acquisire un maggiore potere contrattuale all’interno del governo o guardando agli interessi elettorali». E altrettanto duro è il leader della Cisl, Raffaele Bonanni: «Il tempo è scaduto, l’accordo è fatto e non si può modificare, in questa storia ci sono più che altro interessi di coesioni partitiche».

Ma se «il rispetto dell’autonomia dei sindacati» viene invocato anche dal verde Bonelli, si può capire come a esso corrisponda l’irrigidimento della parte estrema della Cosa rossa, vicina al «prendere o lasciare». «Il protocollo attenta ai diritti dei lavoratori», dice il comunista Diliberto, sia pur confermando lealtà al governo. Ma riuscirà la Sinistra a non uscire con le ossa rotte dal referendum? Si dice che in molte fabbriche stia prendendo piede il «grillismo» che predica il «non voto». La sconfessione della rappresentanza extra-sindacato da parte dei lavoratori che reazione susciterebbe nel partito di Giordano? Il «disobbediente» Caruso, sempre pronto a soffiare sul fuoco della protesta, già annuncia per oggi e domani manifestazioni anti-welfare con occupazioni e consultazioni «precarie». Altre piccole micce capaci di esplodere nelle mani dell’artificiere.