L'avvocato Bovio si è sparato nel suo studio

Milano, il celebre penalista trovato morto dai collaboratori. Ha lasciato una lettera per la moglie, forse con del denaro o un testamento

Milano - Poche parole al suo assistente: «Consegna questa lettera a mia moglie quando te lo dirò io». Poi l’avvocato Libero Corso Bovio, 59 anni, ha chiuso la porta del suo ufficio, ha preso un revolver di grosso calibro e si è sparato in bocca. È morto così uno dei più celebri giuristi italiani. Ma anche un signore d’altri tempi, una persona mite e gentile. Una mente poliedrica che l’aveva portato alla docenza universitaria ma anche a guardare al mondo dell’informazione: insegnante alla scuola di giornalismo di Urbino, collaboratore di prestigiose testate, autore di saggi e manuali, lui stesso giornalista iscritto all’Albo.

La notizia si è sparsa in pochi minuti e, davanti allo studio nell’elegante palazzina di primi ’900 in via Podgora 13 (pochi passi da Palazzo di Giustizia), è stata una continua processione di magistrati e avvocati. Nessuno voleva credere al suicidio, perché nessuno aveva colto in lui il minimo segnale di cedimento. Tra le lacrime, c’è chi ricorda gli esami da procuratore sostenuti insieme, gli articoli sottili e ironici sulla Voce Repubblicana, il pesante impegno al processo «Impregilo» a Napoli, ma anche l’intenzione di ampliare lo studio di Roma e il fine settimana a Punta Chiappa, in Liguria, quando si era messo ai fornelli. «Guardi - dice il collega Manuel Sarno - posso solo pensare gli sia stato diagnosticato un male incurabile. Ma a pensarci bene, avrebbe affrontato anche la malattia con forza e dignità».

Al presidente dell’ordine degli avvocati di Milano, Paolo Giuggioli, il compito di riassumere le ultime ore di vita di Bovio: «Era rientrato verso le 14 da Prato, dove aveva avuto udienza, con l’auto guidata dal suo collaboratore. Salito in studio ha consegnato la lettera per la moglie, l’avvocato Rita Percile, poi la detonazione. Inizialmente il personale di studio ha pensato fosse la pistola ad aria compressa con cui usava distendersi facendo tiro a segno. Poi la terribile scoperta». Bovio si era infatti tolto la vita con un revolver 357 Magnum sei pollici, un’arma devastante, peraltro regolarmente detenuta.

Alla ricerca di una spiegazione del tragico gesto, il pm Massimiliano Carducci che, insieme ai carabinieri diretti dal comandante del reparto operativo Paolo Ferrarese, ha sequestrato lo studio e la corrispondenza, in particolare la lettera alla moglie. Anche se, dalle prime indiscrezioni, non sembra spieghi le cause del gesto, anzi dovrebbe contenere solo il suo testamento o, secondo un’altra versione, solo denaro: alcune migliaia di euro.

«Sono dispiaciutissima, conoscevo da anni l’avvocato Bovio, un professionista molto stimato, professionalmente e umanamente» dice affranta la presidente del Tribunale Livia Pomodoro. «Se c’era una persona davvero tranquilla, quella era lui, nulla veramente aveva fatto presagire la tragedia» aggiunge il presidente della Corte d’Appello, Giuseppe Grechi. Come ribadisce anche Caterina Malavenda, da 22 anni nello studio Bovio: «Se solo avessi capito qualcosa, credetemi non sarei stata a guardare. Era una persona serena e tranquilla, un eccellente professionista, un fratello per me». Messaggi di cordoglio sono subito arrivati anche dal presidente dell’Ordine lombardo dei giornalisti Letizia Gonzales e dal suo predecessore Franco Abruzzo.