L'avvocato della Franzoni: "Ucciso con un sabot"

Ucciso con un sabot, uno zoccolo, e non da Anna Maria Franzoni. nell'udienza di stamani l'avvocato Paola Savio, cerca di smontare l'accusa. E mostra foto choc del bimbo, poi un mestolo, un calzino e un sabot (lo zoccolo). La Franzoni era uscita dall'aula in lacrime, ma il giudice le ha ordinato di rientrare. Il pg Corsi: niente replica

Torino - tensioni, scontri, polemiche durante l'arringa della difesa di Anna Maria Franzoni, al processo per l'uccsione del piccolo Samuele. È cominciata con il ricordo de bimbo ucciso a Cogne l'arringa dell'avvocato Paola Savio. «Voglio ricordare una cosa molto importante - ha detto - che la prima persona coinvolta è un piccolino che oggi non c'è più, un piccolino che sembra sia stato dimenticato, ma non è vero perchè c'è e ci sarà sempre soprattutto nel cuore dei suoi genitori». Parole che hanno colpito la mamma di Samuele, Anna Maria Franzoni che si è alzata e in lacrime ha lasciato l'aula. Un gesto seguito poco dopo dal papà, Stefano Lorenzi, quando l'avvocato ha cominciato a mostrare alcune foto choc del bambino.
«Abbiamo il dovere - ha detto - di ricordarlo nel modo peggiore e cioè sul tavolo settorio».

Il giudice ordina: Anna Maria torni in aula Il presidente della Corte d'assise d'appello, Romano Pettenati, ha costretto la Franzoni a rientrare in aula dopo si era allontanata con il marito all'inizio della proiezione delle fotografie che ritraggono il capo massacrato del figlio Samuele. Fotografie che vennero scattate dai periti sul tavolo dell'autopsia nel gennaio 2002. La donna è rientrata in Aula assieme al marito ma siede non accanto al difensore Paola Savio, ma alle spalle dello schermo dove compaiono le terribili fotografie e sia lei sia il marito Stefano Lorenzi tengono il capo chino coprendosi a volte il viso quasi ad evitare, inavvertitamente, di guardare anche i volti del pubblico presente in Aula. «Non consento alla signora Franzoni di stare ai servizi igienici - aveva detto il presidente Pettenati rivolgendosi al difensore Paola Savio - perchè in questi anni ha fatto tutto quello che ha voluto: è entrata, è uscita, ha fatto proclami ora dico che deve stare in Aula ma non nei servizi igienici». La Franzoni, infatti, si era rifugiata nel bagno che si trova alle spalle dell'Aula dove si svolge il dibattimento. «Mi rendo conto - ha risposto l'avvocato Savio - che può aver fatto di tutto ma non aveva mai assistito alla proiezione delle foto della testa massacrata del figlio». Nonostante questa opposizione del difensore, quindi, Annamaria Franzoni è dovuta rientrare in aula.

"Il mestolo non è l'arma" L'avvocato Savio ha impugnato un mestolo di rame, l'arma del delitto ipotizzata dalla pubblica accusa, e lo ha rivolto verso i giudici: «Vedete, è troppo molle - ha detto -. Se viene battuto su una qualunque superficie si deforma». Così il difensore l'argomento dell'arma del delitto che non si è mai trovata: il suo consulente ha affermato che Samuele è stato ucciso con un sabot, uno zoccolo «molto usato in Valle d'Aosta» con la suola ricoperta da tasselli di cuoio a carrarmato. Intanto, la serie di fotografie choccanti è continuata. Il legale a un certo punto ha mostrato le immagini delle prove che il suo consulente, Carlo Torre, ha eseguito nel suo laboratorio colpendo un cadavere che gli era stato donato da colleghi medici legali. Annamaria continua a sedere dietro lo schermo, con la testa tra le mani.

"Samule ucciso con un sabot" Riprendendo le conclusioni del consulente Carlo Torre, l'avvocato Paola Savio, difensore di Annamaria Franzoni, si è detta del parere che l'oggetto che uccise il piccolo Samuele Lorenzi è «un sabot», un particolare zoccolo dalla suola ricoperta da tasselli di cuoio a carrarmato. La penalista ha spiegato alla Corte che questa calzatura è molto diffusa in Valle d'Aosta. «Il sabot è stato inventato dai nostri montanari per muoversi all'esterno, per seguire il bestiame o per compiere lavori agricoli. Quel giorno era ai piedi anche di Ada Satragni (la psichiatra che prestò i primi soccorsi al bambino - ndr)».
L'avvocato Savio ha preso atto che in una ferita c'era una piccolissima particella di rame. «Ma - ha precisato - può darsi che fosse presente nella suola della calzatura, che fosse stata portata da fuori. C'era un cantiere edile, a Cogne, nella casa di un vicino, Ulisse Guichardaz. E quel posto era, dunque, pieno di polvere e di rame». Per la penalista c'erano anche tracce microscopiche di altre sostanze nelle ferite.

La "prova del calzino" Insomma, un'arringa a effetto, la sua, improvvista con mestolo e calzino per smontare le tesi dell'accusa. L'avvocato ha cercato di infilare un mestolo di rame nel piccolo indumento: «Vedete, è dura...». Dopo alcuni tentativi ci è riuscita, «ma un pezzo di manico è rimasto fuori». Il calzino ha assunto la forma del mestolo. «Qualcuno - ha aggiunto la penalista - si è detto del parere che il calzino così conciato sia stato infilato da Annamaria in uno zainetto. Ma lo zainetto è stato esaminato: non c'era nessuna traccia». In casa è stato trovato uno solo dei due calzini, e secondo l'accusa l'altro potrebbe essere stato utilizzato per occultare l'arma del delitto. Su questa circostanza, l'avvocato Savio non ha risparmiato le battute: «Voi uomini - ha detto, rivolgendosi al procuratore generale - avete tutte le scarpe uguali. Non come noi donne, che ne compriamo tante e decidiamo sempre all'ultimo momento quali mettere, abbinandole con calze, calzettoni, collant diversi. Annamaria ha detto che quel calzino non sa dove sia finito. È normale. Chi di voi apre un armadio e trova sempre le calze regolarmente appaiate?».

L'assassino non indossò il pigiama Due minuti e mezzo di silenzio sono stati fatti in aula durante l'arringa dell'avvocato Paola Savio. Sono stati voluti e chiesti proprio dal legale per far capire alla Corte quanto tempo, secondo le tesi della difesa, l'assassino avrebbe dovuto restare fermo, immobile, davanti a Samuele perché le teorie dell'accusa su posizione dell'omicida e distribuzione delle macchie fossero plausibili. Due minuti e mezzo nei quali la Savio si è seduta: aveva già più volte dichiarato di sentirsi stravolta dalla mole di lavoro, che ha dovuto svolgere in così breve tempo. L'ultima parte della sua arringa, nel corso dell'udienza odierna è stata dedicata alla confutazione delle tesi dell'accusa, secondo la quale l'assassino avrebbe indossato il pigiama e avrebbe colpito inginocchiato sul letto. La tesi della difesa è, invece, che il pigiama fosse adagiato sul piumone (unica circostanza che giustificherebbe la cosiddetta - void area -, ossia l'assenza di macchie su una determinata parte della coperta) e che non ci siano certezze scientifiche che possano portare a dire con esattezza quale fosse la posizione dell'assassino.

Il Pg: niente replica, meglio tagliar corto... Non avrebbe intenzione, pur essendo diritto e prassi, fare una replica all'arringa difensiva, il procuratore generale Corsi che la scorsa settimana ha chiesto per la donna la conferma dei 30 anni di reclusione, inflitti alla mamma di Samuele al termine del processo di primo grado. «La replica? Meglio tagliar corto - ha detto durante una pausa dell'udienza - perché nella replica si finisce sempre per dire cose cattive e le risposte ci sono già tutte». Alla domanda dei giornalisti riguardante la comparsa in aula del mestolo in rame, che non sarebbe stato sequestrato nella casa di Cogne, poi il Pg Corsi ha semplicemente risposto: «Avrei scommesso che saltava fuori il mestolo».