La Lazzarini: «Fedele a Strehler ma ora sono schiava di Goldoni»

L’attrice in scena per la prima volta sotto la regia del coetaneo Luca Ronconi con «Il ventaglio»

da Milano

Come mai, cara Giulia, finora non aveva mai lavorato col suo coetaneo Luca Ronconi? La domanda scocca come una freccia nel silenzio della bella casa di Giulia Lazzarini, la fedelissima di Giorgio Strehler che proprio ora, quando il Piccolo di Milano si prepara a festeggiare il suo sessantesimo anno d’attività, ha debuttato nei panni di Gertruda, la protagonista del goldoniano Ventaglio, sul palcoscenico dove ha colto i grandi successi della sua carriera. Ma Giulia non si lascia disarmare con facilità. Reduce da una lunga tournée che in pochi mesi l’ha portata da Cracovia fino a Mosca con quei Giorni felici che segnarono una svolta nel percorso artistico di Strehler, la donna che negli anni sessanta era un idolo della tv italiana non si scompone ma graziosamente si sottopone al fuoco di fila di questa insolita provocazione.
«Forse non era il momento giusto», confessa con la sua piccola voce di gola, quella che ha sedotto tanti spettatori. «Quando si è passata metà della vita, come ho fatto io, al Piccolo agli ordini di un regista com’era il mio maestro, che bisogno c’era di correre dietro agli altri?». Eppure, anche se non aveva mai figurato nei suoi spettacoli, lei conosce Ronconi da molti anni. «È vero, ma eravamo due ragazzi agli inizi che, come succede a quell’età, accettavano quel che passa il convento pur di costruirsi quel bagaglio d’esperienza indispensabile in un lavoro come il nostro. Mi ricordo di un Luca giovanissimo, bello ed evanescente come un’apparizione, che figurava accanto a me in un feuilleton come Le due orfanelle nel ruolo di un principe azzurro che sembrava uscito dal mondo dei sogni. Ma è giusto, mi chiedo, riandare al passato proprio ora che siamo alle prese, lui a dirigermi e io ad eseguire quanto mi richiede, con un testo spaventosamente difficile come Il ventaglio?
Come mai lo giudica così? Quando, a detta di tanti illustri signori che l’hanno studiato nelle minime pieghe, questo copione di Goldoni è passato alla storia del teatro come un divertissement, se non addirittura come un vaudeville? «Perché han fatto i conti senza un oste come Ronconi! Vede, questo è il terzo Goldoni della mia carriera, dopo l’Arlecchino e il Campiello, ma in un certo senso è come se mi accostassi al nostro grande autore per la prima volta».
Le chiediamo di spiegarsi meglio. «È un testo a torto giudicato frivolo. Cosa ci può essere di più sciocco, a pensarci bene, di un Ventaglio che, passando di mano in mano, sta per determinare addirittura una tragedia? Eppure...» Eppure? «Come spesso accade nella vita, a volte basta un pretesto simile a scatenare ira, rabbia, gelosia nel microcosmo della società provinciale dove avviene l’incredibile perdita di un accessorio infimo come questo. Allora il ventaglio, come il fazzoletto di Desdemona, diventa il corpo di un reato tanto spaventoso quanto innominabile se non l’oggetto del desiderio che tutti sognano e nessuno riesce a conquistare, ci pensi bene». In scena dunque una Lazzarini minimalista? «Per carità, niente di tutto questo. Anche se mi sono sorpresa a riflettere che questa donnina attaccata in modo sproporzionato alle sue piccole cose somiglia in modo straordinario alla Winnie di Beckett che ho appena lasciato. Tutte e due attaccate alla vita per colpa o per merito di un nastro, di un profumo evanescente o di una musica lontana. Come se il senso della vita, per loro, si riassumesse nell’oggetto che cade casualmente sul palmo della mano».