Il leader azzurro trascina al successo la Casa delle libertà anche se An, Udc e Lega frenano. Nel centrosinistra in calo Rifondazione, Italia dei Valori e Rosa nel pugno Forza Italia vola al 32%, l’Ulivo crolla di 6 punti L’effetto Berlusconi premia Fi

La lista Ferrante ha sottratto voti ai partiti senza conquistare i moderati

Gianandrea Zagato

I milanesi hanno deciso qual è il futuro: Letizia Moratti sindaco. Scelta del 51,8 per cento dei cittadini che riconfermano fiducia alla coalizione che appoggia il primo sindaco donna, quel centrodestra che, sempre coeso, ha governato la città per un decennio. E, attenzione, Forza Italia col 31,8 per cento è ancora il primo partito della città, con un margine di guadagno anche rispetto alle politiche del 9 aprile dove alla Camera ha conquistato il 28,9 per cento dei voti e al Senato il 29,1 per cento. Sfondamento significativo grazie all’effetto Silvio Berlusconi che, all’ombra della Madonnina, stacca tutti gli aspiranti consiglieri comunali per voti di preferenza mentre la Lista Moratti si attesta al 4,8 per cento dei consensi. Frenata per An con 8,4, Lega 3,7 e Udc al 2,3 per cento che, rispettivamente, alle politiche avevano ottenuto l’11,7 per cento, il 5 per cento e il 5,2 per cento.
Quadro che dà seguito ai nove anni del doppio mandato di Gabriele Albertini, governo contrassegnato da risultati come il primo depuratore dopo trent’anni d’attesa, una Scala rifatta e invidiata nel mondo e un’urbanistica europea.
Ma la vittoria di Letizia Moratti giunta al termine di una lunga campagna elettorale fatta girando per le strade, nei mercati e tra la gente segna pure la sconfitta di Bruno Ferrante, l’ex prefetto che ha cambiato casacca per conquistare Palazzo Marino e che, adesso, da perdente potrebbe guidare l’opposizione in consiglio comunale oltreché avere più tempo per leggere gli amati saggi di storia. Sconfitta da condividere con il centrosinistra che si prepara all’autocritica: il risultato elettorale dà l’ex inquilino della Prefettura al 47,7 per cento dei voti, l’Ulivo in calo al 22,2 per cento contro il 28,8 delle politiche (Margherita e Ds alle comunali 2001 avevano ottenuto il 24,1) e la lista Ferrante al 7,46 per cento dei voti.
Fotografia di un sonoro schiaffone ai sogni di gloria, a quell’illusione che aveva suggerito a Piero Fassino di accostare Filippo Penati all’ex inquilino della Prefettura: «Abbiamo vinto anche con un politico come Penati: vinceremo anche con Ferrante perché l’importante è la credibilità degli uomini e il costruire attorno a loro il più largo consenso politico». Valutazione di troppo per la sinistra diessina - Alessandro Pollio, Giuseppe Foglia, Paolo Matteucci e Marco Cipriano, tra gli altri - che si prepara alla resa dei conti nella segreteria meneghina per almeno tre buone ragioni.
Prima, l’Ulivo si assesta a quota 22,2 per cento, quando alle ultime politiche era al 28,9 per cento ovvero sei virgola sei punti in meno che, tradotti, significano una performance da dimenticare. Seconda ragione, la vittoria conseguita nel giugno 2004 dal presidente della Provincia non ha insegnato nulla: infatti, dall’analisi del voto - secondo le rilevazioni di via Vipacco, sede delle federazione Ds - emerge che sarebbe mancata la politicizzazione del voto. E, last but not least, l’operazione «lista civica» è stata una «tafazzata» ovvero ha sottratto voti dentro il centrosinistra: quel 7,46 per cento incassato dalla lista Ferrante è unicamente la sommatoria delle percentuali sottratte alle forze della coalizione e, quindi, non c’è stato il vagheggiato «valore aggiunto». Rischio, quest’ultimo che Franco Mirabelli, segretario provinciale ds, aveva sminuito: «La lista civica l’auspichiamo anche noi, è giusto che ci sia. Ognuno di noi (della coalizione, ndr) deve rinunciare a qualcosa per garantire un ricambio di governo». Argomentazioni di un centrosinistra che ha pescato l’aspirante candidato sindaco fuori dai partiti perché non ha classe dirigente, problemino non poco all’ombra del Duomo dove la sconfitta ha evitato a Ferrante di doversi ritrovare a capo di una coalizione geneticamente lontana.
E mentre i partiti si leccano le ferite - Rifondazione comunista col 4,3 per cento segna un meno 2,2 per cento rispetto alle politiche, idem l’Italia dei Valori dal 2,2 al 1,5, la Rosa nel Pugno dal 3,4 al 1,3 -, Ferrante ha incassato una certezza: non scalda i cuori rossi.