Il leader del Carroccio smentisce il «patto» col Cav per le elezioni a marzo

RomaNonostante la giornataccia parlamentare (leghisti e futuristi che si prendono a pugni in pieno emiciclo sul buon nome della pensionata baby lady Bossi; governo che va sotto ogni due per tre) il leader della Lega esce gongolante da Montecitorio.
E, per una volta, rispolvera il piglio celodurista del buon tempo andato: «Altro che patto per votare a marzo! È un’invenzione dei giornali, a votare ci si va quando lo decido io, che ho il coltello dalla parte del manico». È un Bossi insolitamente arzillo e ringalluzzito, quello che a sera si esibisce coi cronisti dopo che da Bruxelles arriva la notizia ufficiale che il governo l’ha sfangata, e la lettera di buoni propositi sulle «grandi riforme» strutturali è stata giudicata sufficiente: «Da quel che sento io, è andato tutto bene», gongola. Il capo del Carroccio può innalzare la sua bandiera in difesa strenua dello status quo sulle pensioni di anzianità: «L’hanno avuta vinta il buonsenso e l’onestà - inneggia - Non possiamo non dare la pensione alla gente che ha pagato per tutta la vita».
Quanto ai destini del governo, Bossi smonta l’ipotesi accreditata da molti retroscena giornalistici: non c’è nessuna segreta intesa tra lui e Berlusconi per tirare avanti fino a gennaio e poi andare al voto, nessun «patto generazionale» tra i due anziani leader: «Ma che bisogno ho io di patti?», gigioneggia il senatùr, «il giorno in cui non dò più i voti a Berlusconi, si va a votare». E fino a quando continuerà ad assicurarli, quei voti?, insistono i giornalisti. Lui ghigna: «Questo non ve lo dico».
La smentita bossiana sul patto delle idi di marzo non dovrebbe dispiacere neppure al Cavaliere, che secondo i suoi non ha nessuna intenzione di mollare. «Andarsene a marzo? Ma figurarsi! Se ci riescono, Bossi e Berlusconi tireranno fino al 2013: ci sono troppe scadenze importanti per chi sta al governo, a cominciare dal rinnovo del Cda Rai, che cade proprio a marzo...», fanno notare due vecchie volpi parlamentari del Pdl come Landolfi e Malgieri. Anche se l’incidente parlamentare, come si è visto anche ieri, è sempre in agguato, e i ministri son costretti a bivaccare a Montecitorio. «Dal martedì al giovedì state alla Camera - li ha istruiti il Cavaliere - tanto quel che dovevate fare ai ministeri ormai lo avete fatto».
Intanto nella Lega si continua a litigare: ieri alla buvette il capogruppo bossiano Reguzzoni si è accapigliato con i deputati Molteni e Rivolta, annoverati nella fronda maroniana e per questo indicati come destinati alla cancellazione dalle prossime liste elettorali. Come ricorda Bossi, «il coltello dalla parte del manico» lo ha lui.