Il leader diessino condivide le affermazioni del presidente di Confindustria sul rilancio della competitività e viene attaccato dal segretario di Rifondazione Bertinotti «licenzia» l’asse Fassino-Montezemolo

Casini: «Paese in ritardo per colpa di una vetero cultura della sinistra»

Gian Maria De Francesco

da Roma

«Io non ho fatto nessuna polemica e non ho l’intenzione di aprirla con nessuno. Ho solo risposto con un inciso a una domanda provocatoria relativa alla critica di avere lasciato nei cassetti il nostro programma liberale, cosa che non risponde al vero». Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non fa marcia indietro e chiarisce la sua posizione nei confronti del presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, il quale in un’intervista al Sole-24 ore aveva sostenuto che «il programma liberale della Cdl è purtroppo rimasto sulla carta».
«Io non attacco nessuno - ha aggiunto Berlusconi - però rispondo agli attacchi come ho fatto nel caso Unipol». Le dichiarazioni del premier relative all’ottimismo degli industriali sul futuro del Paese contrapposte al «personale» pessimismo di Montezemolo sono, quindi, da intendersi come una pura e semplice risposta all’affermazione che «l’Italia non va». Un’interpretazione alternativa non potrebbe essere possibile perché Berlusconi non ha aperto nessun confronto sulle cinque proposte avanzate dal numero uno di viale dell’Astronomia per il rilancio (taglio di dieci punti del cuneo fiscale, abbassamento del 20% dei prezzi energetici, credito d’imposta del 50% sulle spese di ricerca, liberalizzazioni e flessibilità).
La sfida di Montezemolo è stata, tuttavia, raccolta trasversalmente, creando non pochi imbarazzi nell’Unione che aderisce contemporaneamente alla linea confindustriale e a quella della Cgil. Ma qualche distinguo è stato fatto anche all’interno della Casa delle libertà. Il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, ha sottolineato che polemizzare con il presidente degli industriali «è sbagliato» e che «le sue critiche sono una ricchezza». Il leader dell’Udc si è detto d’accordo con Montezemolo sul fatto che «la competitività in Italia è centrale», ma i ritardi sono colpa di «una veterocultura di una sinistra pseudo-ambientalista che ha bloccato il futuro dell’Italia». Casini ha incassato l’appoggio dell’ex segretario udc Follini («ci sono elementi di saggezza e qualche critica che dobbiamo mandare giù») e del ministro di An, Gianni Alemanno («Montezemolo parla a nome di Confindustria»). Solo la Lega e la Dc si sono affiancate a Forza Italia senza se e senza ma.
E il centrosinistra ha aperto una linea di credito anche a Confindustria. Il candidato premier Romano Prodi, in un intervento sul Corriere, ha proposto un «grande scambio»: trasformare i trasferimenti dallo Stato alle imprese in riduzione degli oneri fiscali e contributivi. Secondo Prodi, lo Stato moderno deve essere «regolatore e non proprietario». Gli ha fatto eco, sulle pagine del Sole, il segretario dei Ds, Piero Fassino con una totale adesione al manifesto montezemoliano che propone tagli del cuneo fiscale e detassazione per gli investimenti in ricerca. Le critiche di Bertinotti all’impostazione delle relazioni industriali? «Non hanno molto senso perché lui per primo ha salutato positivamente il ritorno alla concertazione», ha detto Fassino. Il patto fiscale di Epifani e l’aggravio dell’imposizione su patrimoni e rendite? «Non è molto distante dalle proposte di Montezemolo», ha chiosato il segretario.
La coincidentia oppositorum tentata dall’Unione presta il fianco alle critiche interne. In un lungo editoriale pubblicato oggi su Liberazione il segretario del Prc, Fausto Bertinotti, ha messo alcuni paletti. Confindustria non può essere considerata «amica» dall’Unione perché rappresenta «un solido terreno di parte». Le contestazioni a Epifani rappresentano poi «la propensione della Confindustria a ridimensionare il potere contrattuale del sindacato». E se il segretario comunista ha invitato la sua coalizione a non essere «cerchiobottista», il verde Cento ha richiamato Prodi: «Non potremo mai sostenere un programma liberista». Più una minaccia che un avvertimento.