Per il leader Dl una mina politica

Il numero 2 del governo in difficoltà a spiegare come poteva ignorare una manovra gestita da parlamentari a lui vicini

da Roma

Ai tempi di via di Torre Argentina, quando frequentava i locali del Partito radicale, l’attuale e potente leader della Margherita, Francesco Rutelli, aveva dimestichezza con i giochi di specchi. Raccontano che così perfezionasse il proprio stile oratorio, ricalcato su quello di Pannella: declamando a se stesso. Con risultati sempre più convincenti.
Non sappiamo se sia vero. In ogni caso auspichiamo che il capo dielle non cada vittima di se stesso. Lungi dal pensare a un nervosismo causato dal suo coinvolgimento diretto nella vicenda del comma 1343 - mai sostenuto in nessun articolo del Giornale -, temiamo che invece possa entrarci l’incerto futuro che attende l’ex leader radicale, oggi dielle e domani democratico. Comprendiamo che la diatriba congressuale preoccupi non poco Rutelli, così come lo scandalo delle false firme. Una vera iattura sarà dover rivedere tutti gli organigrammi, quando avverrà l’annegamento della Margherita nel Pd, anzi lo «scioglimento del partito il giorno in cui nascerà il Pd», come ha precisato Arturo Parisi. Anche in quella occasione - lo rammentiamo ai responsabili dell’ufficio stampa rutelliano -, quando cioè il Giornale ha anticipato ciò che era scritto nei documenti ufficiali della Margherita, lo staff minacciò fuoco e fiamme. Smentito non soltanto dai documenti, ma anche da Parisi, Soro, Bordon e tanti altri autorevoli esponenti dielle e diesse.
Dovrebbe andarci cauto, Monsieur Rutellì (come affettuosamente l’avrebbe chiamato un immaginario investigatore Hercule Poirot), anche sulla vicenda della prescrizione. L’uso dell’intimidazione nei confronti della stampa può esporre mandanti ed esecutori a brutte figure. Non è colpa del Giornale se Romano Prodi ha chiarito di voler andare in fondo alla vicenda, così come il ministro Antonio Di Pietro eccetera. Per non parlare del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha stigmatizzato il famigerato comma 1343. E dello stesso Rutelli, che l’ha definito un’autentica «porcheria».
A tutti costoro il cronista ha voluto dare un piccolo «aiutino», riepilogando i fatti accertati e soltanto quelli, e non certo mettendo Rutelli alla gogna. Certo è che a lui, in quanto capo della Margherita, non spettano solo gli onori, ma anche l’onere della responsabilità oggettiva. Un fatto assodato è che il primo documento che propone il comma 1343 è a firma Delbono (firma messa non si sa da chi, denuncia il deputato), esponente della Margherita. Ad annunciare la bocciatura dell’emendamento in commissione Bilancio è stato ancora una volta un dielle, Lino Duilio. Quando la patata bollente è passata in Senato, ecco invece Luigi Zanda, che non è proprio un signor nessuno. Vicecapogruppo dell’Ulivo, esponente della Margherita fin dalla nascita, legatissimo a Rutelli fin dall’epoca dell’organizzazione per il Giubileo del 2000, il senatore Zanda è persona avveduta e molto corretta. In ispecie con gli amici. Non ha trovato tempo e modo di avvisare Francesco, neppure per telefono? Non un bigliettino, un telegramma, un sms, un piccione viaggiatore?
Anche il sottosegretario Giampaolo D’Andrea, presente nella riunione finale al ministero dell’Economia per decidere i contenuti del maxiemendamento, guarda caso è della Margherita. Anche lui afono con il suo massimo referente politico. Non riusciamo a immaginarlo, ma lo apprendiamo dall’ufficio stampa rutelliano e ne prendiamo atto. Ci sembra il segno di tempi oscuri, nei quali il peso di un leader di prima grandezza viene svilito dalla trascuratezza dal suo apparato. Nessuno ha sentito il dovere di informare il capo della Margherita di un emendamento con effetti così rilevanti sull’erario (come ha detto il Capo dello Stato) e «su cui altissima è la sensibilità dell’opinione pubblica» (come scritto nella nota del portavoce rutelliano)? Com’è passeggera la gloria mondana: da candidato premier a segretario snobbato da tutti i suoi uomini. Non vorremmo che, alla fine, Francesco si ritrovasse solo. E dovesse tirare fuori lo specchio, per trovare uno che gli dia retta.