Il leader di Hamas ammette: «Israele esiste ed è una realtà»

Alla fine a stupire tutti ci pensa Khaled Meshaal. L’irriducibile leader in esilio di Hamas sempre pronto, in passato, a confermare tutti i tabù su un possibile riconoscimento d’Israele si mostra per la prima volta disponibile a fare mezzo passo all’indietro. Accantonando per la prima volta nella carriera il rituale riferimento a un’entità sionista da distruggere il capo fondamentalista riconosce l’esistenza dello Stato ebraico come una questione di fatto e come una «realtà persistente». Da qui a parlare di riconoscimento ce ne passa. Lo stesso Khaled Meshaal aggiunge, subito dopo, che quel passo politico non è imminente. «Come palestinese spiega Meshaal mi faccio interprete di una richiesta palestinese e araba per uno Stato sui confini del 1967. È ben vero che in realtà c’è un’entità o uno Stato chiamato Israele sul resto della terra palestinese». Uno Stato - aggiunge subito dopo Meshaal - che non potrà venir riconosciuto fino a quando i palestinesi non avranno una loro patria. Comunque sia l’ammissione non è da poco ed è indicativa di qualche cambiamento di fondo. Da quando lo scorso gennaio Hamas trionfò alle elezioni Meshaal ha sempre assunto il ruolo di guardiano dell’ortodossia stroncando qualsiasi possibile ipotesi di apertura politica avviata dal premier Ismail Haniyeh o da altre componenti del movimento. Stavolta, invece, è lo stesso Meshaal a farsi interprete di un possibile futuro mutamento di rotta di Hamas, di una sua uscita dai rigidi steccati dell’ideologia. Con le sue frasi il capo in esilio prospetta la possibile cancellazione non di uno, ma di due tabù. Il primo riguarda il riconoscimento dello Stato ebraico. Il secondo riguarda la lotta per la distruzione dello Stato ebraico. Accettare la nascita di uno Stato palestinese sui confini del 1967 senza considerarla una tappa solo provvisoria in vista della distruzione del nemico e di una riconquista del “resto della Palestina” è un’altra novità rispetto al linguaggio consueto. Resta da capire se il cambio di tono sia il sintomo di una svolta interna ad Hamas o, più banalmente, un segnale ispirato da Damasco. Secondo molti osservatori la dirigenza in esilio di Hamas, fin qui sempre perfettamente allineata alle direttive siriane, starebbe, ancora una volta, interpretando i segnali di apertura lanciati dal governo di Bashar Assad all’Occidente e a Israele. Il cambio di rotta di Meshaal segue a ruota le offerte siriane di ripresa delle trattative di pace con Israele e di un riavvicinamento agli Stati Uniti. In questo scenario il riallineamento in chiave moderata di Meshaal sarebbe quasi un gesto obbligato. Ma come tutti i gesti obbligati potrebbe esser privo di consistenza e non testimoniare l’esistenza di una sostanziale svolta ideologica. Solo i prossimi mesi diranno se l’apertura di Meshaal verrà recepita anche dal resto del movimento o si rivelerà, come in passato, un isolato e contingente fraseggio.