Il leader mondiale e quelle parole che fanno squadra

Era sabato pomeriggio quando Felipe, con lo sguardo triste, si è fermato e ha osservato la processione di braccia al cielo e polsi e gomiti sventolanti di Kimi Raikkonen, insolitamente più espansivo del solito nell’esternare felicità per la pole appena conquistata. Era domenica pomeriggio, ieri, quando Felipe si è fermato, è sceso dalla Rossa e ha iniziato a sua volta la processione di braccia e varie felicità rivolte verso l’alto.
In ventiquattro ore tutto è cambiato. Lui primo e Raikkonen secondo, lui in vetta al mondiale e il compagno cinque punti dietro. Quasi un ribaltone. Il brasiliano avrebbe potuto gioire e basta; avrebbe potuto far di conto, notare che i Gp vinti quest’anno sono tre per lui contro i due del compagno, che i punti in classifica sono 48 contro i 46 del secondo in classifica, Kubica, i 43 di Kimi, i 38 di Hamilton. Di più. Avrebbe potuto far finta di nulla e sottolineare che, comunque, fino a che Raikkonen non ha avuto problemi, gli era dietro perché spingere o tentare un sorpasso sarebbe stato assurdo e rischioso. Insomma, avrebbe potuto mettere in scena tutto il repertorio di scuse di cui gli sportivi sono muniti e i piloti ancor di più, viste le menate tecniche che possono addurre.
Invece, Felipe ha serenamente e candidamente ammesso che la sua vittoria era un regalo, frutto di un gran colpo di lato B da far sfigurare persino cittì Terim e la Turchia. Di più: sottolineando che Raikkonen, altrimenti, sarebbe stato imprendibile, perché era proprio velocissimo il mio compagno.
Parole oneste, segno che la squadra Ferrari è compatta, che tra i due ragazzi c’è rivalità condita da stima e rispetto. Massa è stato sincero, ammettendo, forse involontariamente, che Kimi tiene nascosto fra i suoi silenzi quel briciolo di velocità in più. Solo un briciolo però. E un briciolo, a volte, si può spazzare via.