Il leader no global scopre che i «padroni» sono democratici

da Milano

Dopo una vita passata a okkupare un po’ tutto - ferrovie, aeroporti, stabilimenti, discariche, basi Nato - l’eterno disobbediente ha scoperto l’occupazione che gli interessa di più: la propria. Il subcomandante Luca Casarini, capo delle cosiddette tute bianche, ha trovato lavoro. Come romanziere. Ha messo via sampietrini e scudi di plexiglas e ha tirato fuori carta e penna. Notizia che sarebbe da archiviare alla voce «E chissene» se non ci fosse un particolare. Il suo nuovo datore di lavoro, l’editore a cui ha consegnato l’opera prima, è la Mondadori. Sì, proprio la casa editrice della famiglia Berlusconi. Ma come? Il ribelle che teorizza «l’illegalità di massa», che denuncia la destra fascio-berlusconiana, che sta più a sinistra di Turigliatto, pubblica poi un libro con la casa editrice di Berlusconi? Diciamoci la verità, come disobbediente lascia un po’ a desiderare. Organizza presidi davanti alle agenzie di lavoro interinale, dice di combattere contro il precariato, ma forse pensava solo al suo.
Ma non basta. Perché Casarini ci tiene anche a far sapere che con la Mondadori si è trovato proprio bene. Certo, «Berlusconi è il padrone, l’editore è Mondadori», ammette. «Ma di quello che ho scritto non ho dovuto cambiare nemmeno una virgola». Capito? Il berlusconismo è una piaga sociale, le sue aziende vanno boicottate, ma se mi pubblicano il libro alt, fermi tutti, contrordine: in fondo non sono mica male, anzi sono proprio democratici. C’è da dire che il subcomandante Casarini non ama essere contraddetto. Per giunta lui si immagina un vero tipaccio, uno da tenere alla larga. Una volta si è addirittura paragonato a Bin Laden, con cui però condivide solo la barbetta. Oppure sventaglia massime di Marcos del tipo «A volte è necessaria una certa dose di piombo». Chi lo conosce lo descrive come un giullare, ma qualcuno può anche cascarci. Così immaginiamo possa aver indotto qualche timore della redazione della Mondadori, a obiettargli qualche passaggio un po’ troppo violento o qualche inno alla rivolta (anche se non è né un’autobiografia né un testo politico, solo un parto della sua fantasia, una storia immaginaria con un manipolo di precari per protagonisti). Quello sarebbe capace di andare a Segrate con le tute bianche, e combinare un casino. E c’è da giurarci, se qualcuno gli avesse fatto cambiare anche solo una virgola, Casarini non avrebbe aspettato due secondi per denunciare la «censura berlusconiana». Invece niente. Pazienza.
Del resto la Mondadori», ha scoperto Casarini, «è la casa editrice più grande d’Italia». E poi non è il primo estremista a scrivere per quell’editore. Gli altri? Ne ricorda due lo stesso subcomandante Luca: «Massimo D’Alema e Andrea Camilleri». Due veri teppisti. Ma sì, che c’è di strano se uno passa dalle barricate alla scrivania, dai diritti del Terzo mondo ai diritti d’autore? Chi pensa che sia il solito predicatore con una mano sul cuore e l’altra sul portafogli, si sbaglia. Lui è coerente. È solo che non ha trovato un altro editore, e allora si è dovuto accontentare della più importante casa editrice italiana. «Forse tanti editori che si dicono di sinistra avrebbero avuto problemi a pubblicarmi, così come ora alcuni giornali cosiddetti di sinistra fanno problemi a recensirmi». L’editore Berlusconi invece di problemi non se ne è fatti, e quindi pazienza, gli tocca scrivere per lui. In fondo, sono sempre 16 euro a copia, sai quante nuove tute bianche ci compriamo se va bene. Ora deve solo vedersela con tanti no global che, su internet, si sfogano del tradimento lanciando una nuova campagna: BoikottaLuca.
Il romanzo casariniano (titolo: La parte della fortuna) è - parola sua - di genere «social-noir», stile completamente sconosciuto nella letteratura mondiale. Del resto è pur sempre un rivoluzionario. Si pregia anche di una postfazione firmata da Massimo Cacciari e da un commento del leader verde veneto Gianfranco Bettin, suo antico sodale. Chissà non possa vincere ancora il premio che guadagnò tempo fa, quando fu beccato mentre dava disposizioni non proprio politically correct a un corteo pro-clandestini: «Metti un po’ sti caz... di migranti davanti alle telecamere», urlò al megafono. Faccia posto per un altro tapiro d’oro.