«Il leader Pd? Un cattocomunista senza radici»

PIANO CASA «Lo vareremo con un disegno di legge ma un decreto sarebbe stato più efficace»

Roma«Tutto mi sarei aspettato fuorché vincere l’Oscar...». Ci scherza su Silvio Berlusconi, qualche ora prima di presentarsi allo Spazio Etoile per ricevere l’Oscar della politica del 2008 assegnato da Il Riformista. E ci scherza su anche quando è sul palco, pronto a farsi immortalare con in mano il cannocchiale simbolo del quotidiano di Antonio Polito. «C’è una bella ragazza in sesta fila», dice puntandolo verso la platea. Poi rettifica: «Era un signore con i baffi...». «È la conferma - chiosa ridendo - del mio proverbiale ottimismo».
Non a caso, proprio parlando della crisi insiste nel ripetere che «non bisogna farsi prendere né dalla paura né dallo sconforto». È vero, ammette, che «nessuno conosce l’entità del disastro finanziario causato dai derivati» ma è sbagliato dare retta alla «canzone catastrofista». Anche perché il governo ha preso «misure importanti» mettendo a disposizione «9 miliardi per gli ammortizzatori sociali» e «12 miliardi per la patrimonializzazione delle banche». L’importante, dunque, «è non cambiare le nostre abitudini di acquisto» perché «abbiamo le carte in regola» per uscire dalla crisi «prima di altri Paesi». Una ricetta, quella dell’ottimismo, sulla quale ha convenuto anche il premier slovacco Robert Fico, incontrato da Berlusconi a Palazzo Chigi nel primo pomeriggio. Il Cavaliere, poi, boccia senza alcuna incertezza la proposta lanciata da Dario Franceschini di una una tantum a carico dei redditi più alti. «Non è con l’elemosina - dice - che si risolve il problema. Secondo la tradizione dell’economia liberale questa ricetta è sbagliata». Eppoi, il punto non è su «chi può dare o meno». «Anzi - aggiunge - chi può dare già compie opere sociali e donazioni che vanno oltre il 2%. Io non faccio sapere nulla, ma la mia famiglia è molto attiva nella costruzione di ospedali e orfanotrofi».
Per la prima volta, però, Berlusconi si lascia sfuggire un commento sulla nomina di Franceschini a segretario del Pd. E ammette di essere rimasto sorpreso: «Adesso il Partito democratico ha un leader cattocomunista e questo era qualcosa di imprevisto. Pensavo ci fosse una preminenza della sinistra e non del cattocomunismo che ancora non ho ben chiaro a quale tradizione si riferisca». L’auspicio del premier, invece, è che «il Pd metta radici solide» e «diventi un partito socialdemocratico». Il mio, dice, è «un augurio sincero». Poi, una battuta sul Pdl: «Potrà cambiare molto nella politica italiana e avviarci a essere una democrazia matura e bipolare».
L’Oscar de Il Riformista è anche l’occasione per fare il punto sul piano casa. «Un decreto legge - spiega - sarebbe stato più efficace visto che abbiamo un sondaggio che rivela che il 50% delle famiglie vive in un bilocale e il 30% ha l’esigenza di dotarsi di una stanza in più. Ma «siamo in una coalizione» e «dobbiamo discutere il provvedimento con gli alleati». «Alla fine - spiega - arriveremo a un disegno di legge». Poi la «legge cornice» passerà alle Regioni che «dovranno vararla singolarmente».
Vista la situazione, dunque, «quando si legge che c’è il pericolo di una dittatura io dico che è esattamente il contrario» perché «siamo qui e non possiamo fare nulla». È anche per questa ragione che «ho smesso di leggere gli articoli di politica» salvo quelli «che mi segnala Paolo Bonaiuti». È l’occasione, questa, per raccontare un aneddoto su Gianni Letta che «alle sette e mezzo di mattina ha già letto tutti i giornali». «Un presidente che ha dietro di sè un mostro così - dice Berlusconi - ha un complesso di inferiorità assoluto. Con una persona così, non credo che un premier si possa identificare con un dittatore». Eppoi, «siamo una democrazia super parlamentare non adeguata alla concorrenza con tutti gli altri governi, europei e non». Non è un caso che il Cavaliere ribadisca la sua «intenzione» di arrivare ad un «cambiamento dell’architettura istituzionale» perché «secondo la Carta nel Consiglio dei ministri il premier è un primus inter pares che ha solo il potere di redigere l’ordine del giorno». Non è una riforma presidenzialista, però, quella a cui pensa Berlusconi, perché «dopo un ventennio dittatoriale è stato sacrosanto far prevalere la logica della Repubblica parlamentare». Il problema, perà, è che oggi il premier «non ha né la stanza né i bottoni».