Il leader Prodi inciampa

Federico Guiglia

Di referendum in referendum, se quello appena celebrato in Francia avrà i suoi effetti sulla politica dell'Unione europea, pure quello ormai prossimo sulla fecondazione artificiale in Italia avrà i suoi risvolti sull'Unione di Romano Prodi. Ben al di là del quesito che pone, come del resto è successo per tutte le cinquantaquattro consultazioni precedenti, e che sempre hanno determinato conseguenze politiche.
Il referendum sulla fecondazione artificiale le avrà a prescindere dal quesito, e non soltanto perché si tratta di domanda particolarmente complicata e su un tema complicatissimo. Stavolta, con le quattro richieste d'abolizione poste sulla legge che regola la materia in Italia, si sconfina oltre ogni frontiera legislativa per arrivare al grande interrogativo della vita, passando attraverso il campo della ricerca e approdando sul terreno costituzionale dei diritti della persona.
È l’esito stesso dell'appuntamento che provocherà degli effetti significativi sul versante del centrosinistra, essendo il versante più diviso sulla scelta da compiere. La sinistra riformista e quella radicale sono compatte per andare a votare e per scegliere il sì (con dei distinguo e con dissensi di coscienza); la Margherita è invece schierata per l'astensione, anche qui con delle distinzioni e posizioni in dissenso.
Perciò, se il quorum sarà stato raggiunto e il «sì» avrà prevalso, come si prevede nel caso di superamento del cinquanta per cento più uno, a poter cantare vittoria saranno sia i radicali impegnati e coerenti sostenitori del mezzo referendario, sia l'intero fronte progressista. Un fronte che, dal mansueto Enrico Boselli al movimentista Fausto Bertinotti, tutto quanto sostiene l'iniziativa. Viceversa, se alle urne non sarà andata la «maggioranza degli aventi diritto» (articolo 75 della Costituzione), a poter rivendicare d'aver visto giusto non sarà soltanto la maggioranza di centro-destra, che ha approvato in Parlamento la legge di cui ora si chiede l'abrogazione, ma pure la Margherita, che ha saputo e voluto mantenere una sua diversità - la diversità dell'astensione - rispetto agli alleati anche su questo tema (l'altro, si sa, è la decisione di presentare alle politiche una propria lista nella quota proporzionale).
Dunque, la partita del referendum inevitabilmente diventerà, anzi, è già diventata una partita pure all'interno del centrosinistra, che ha desiderato e coccolato la consultazione. Partita tanto più interessante da seguire, poiché Romano Prodi ha lasciato intendere che andrà a votare, aggiungendo d'essere un cattolico «adulto», lui; in evidente polemica con la scelta astensionista della Chiesa ritenuta, va da sé, infantile.
Ne consegue, allora, che per mettere in difficoltà Prodi e l'ampio schieramento di sinistra che andrà al referendum, basta optare per la scelta opposta: non andare al referendum. A prescindere dal merito del quesito, che comunque è materia ardua da risolvere per via referendaria, e che in ogni caso in qualunque momento potrà essere modificata in Parlamento. L'astensione, in sostanza, non influisce minimamente sul senso e sul contenuto della legge, sempre migliorabile, ma può influire molto e fortemente sugli equilibri nel centrosinistra. Non è difficile immaginare che, in caso di sconfitta, e sempre che Prodi non cambi nel frattempo le sue arguite intenzioni, nelle file dell'opposizione si criticherebbe la «scelta sbagliata» del leader dell'opposizione.
Paradossalmente, il verdetto del referendum potrà essere giudicato alla stregua di un risultato indiretto di elezioni primarie, che potranno accelerare o frenare anche la corsa politica del «cattolico adulto», misurandone il livello di legittimazione popolare con cui si candida per palazzo Chigi.
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