Leadership per tornare alla politica

Mauro Calise affronta con nettezza analitica due questioni che oggi devono essere lette insieme: la transizione italiana e il presidenzialismo mancato. In realtà, nel saggio di Calise mancano elementi importanti quali la crisi della rappresentanza che ha attraversato il mondo politico e sociale almeno dalla fine degli anni Settanta e anche la nascita della «società radicale», dopo il Sessantotto, che ha ridefinito il quadro sociologico e antropologico dei valori e delle scelte, anche elettorali.
Dopo la drammatica esperienza di Mani pulite, un'intera classe dirigente fu spazzata via, sic et simpliciter, lasciando nel vuoto il sistema-Paese e la società italiana. Ecco, a questo punto, Calise coglie acutamente lo scollamento intervenuto verso la fine degli anni Ottanta fra i partiti e il blocco sociale da essi rappresentato. Da qui prende campo una crisi strutturale che Tangentopoli acuirà gravemente, con accelerazioni non più governabili. La Seconda Repubblica nasce dalle ceneri di una classe dirigente, dunque nasce con questo peccato originale. Non c'è niente da fare. Mughini è certamente troppo duro, nel suo ultimo saggio, con le élite e le classi dirigenti della Seconda Repubblica, ma rimane il fatto che la transizione ad un'altra realtà politico-istituzionale non si è compiuta. Ecco allora che anche le buone soluzioni, come quella presidenzialistica, alla quale Calise non è affatto contrario, si perdono nel nulla. E il ritorno naturale di alcune forme partitocratiche, inevitabile con un ristabilito proporzionalismo, smontano il «giocattolo» della Seconda Repubblica quando ancora non avevamo creato per intero la figura di questa entità politica ed istituzionale. È tutta colpa del presidenzialismo? Certo che no. È Berlusconi, anzi, come osserva Calise, ad aver reso possibile - con la sua leadership e la «complessità della sua visione strategica» - la competizione bipolare. Se è vero, come è vero, che Berlusconi ha innovato radicalmente e che la fondazione di Forza Italia è stata un fenomeno rivoluzionario, è altresì vero che la soluzione presidenzialistica, priva di una forma-partito di sostegno, rischia di valere per lo «stato di eccezione» permanente nel quale ci troviamo da tempo, ma invalidando qualsivoglia prefigurazione progettuale per il futuro. Una colossale battaglia di resistenza contro le macchine dei partiti della sinistra, avendo il popolo come unico referente (di qui il «carisma democratico» di Berlusconi), ma, infine, un impianto innovatore ormai datato non può più dar ragione dei mutamenti avvenuti in Italia, ad ogni livello, e non può radicare la sua spinta propulsiva sui territori. Per far ciò, ci vuole il partito, piaccia o non piaccia. E qui entriamo nel grave stallo della politica italiana, che include anche Forza Italia. Constatato il rilievo positivo ed innovativo del presidenzialismo, come fare politica sui territori, avendo come riferimento unitario e nazionale questa grande risorsa politica? Questo è il problema vero. Per realizzare un bipolarismo autentico, che certamente risolverebbe almeno in parte il problema, ci vuole un'altra storia, quella italiana non può adeguarsi ad uno schema bipartitico stricto sensu, perché, per far ciò, occorrerebbero due partiti-istituzione, come in Inghilterra sono Tories e Labour Party. Però, ripeto, la risorsa presidenzialistica è importante ed accentua la dinamica innovativa del sistema politico. Calise, alla fine del suo bel saggio, conclude: «La missione più importante che ai partiti resta da compiere è di accettare di lavorare al fianco dei presidenti. Sforzandosi di tracciare insieme la strada del bene comune che così a lungo hanno custodito». Io mi permetto di aggiungere che ci vorrebbe una forte leadership presidenziale con un progetto altrettanto forte e condiviso da un partito, evitando così di mettere in contrapposizione cose giuste, cioè partiti e presidenti. La strada comune dei partiti e dei presidenti oggi non può ripartire dalle strutture dei partiti in quanto tali perché questi, diciamo la verità, nelle forme tradizionali non possono più esistere. Occorre una spinta politica compiuta da una leadership rappresentativa di un blocco sociale che non sia soltanto espressione di élite politiche, ma anche dei corpi intermedi e delle comunità naturali. Una sintesi nuova che proceda con formule rappresentative capaci di eleggere il leader rappresentativo come di cambiarlo all'occorrenza, quando altre necessità rappresentative emergono urgentemente. Perché di sicuro non abbiamo più le élite politiche cresciute nei partiti storici (almeno non per il futuro), ma rimangono spezzoni interi di società che vogliono essere adeguatamente rappresentati. La leadership vera comincia da questa rappresentanza non da se stessa. Così si ritorna alla politica, oltre l'incompiuta transizione italiana.
*Coordinatore nazionale di Forza Italia