LEAVITT «Noi americani senza rifugio dell’anima»

Ebreo, laureato a Yale e gay. Uno scrittore cult degli anni ’80 racconta come è sopravvissuto al suo quarto d’ora di celebrità: «Non amo le troppe voci di New York»

È stato per anni nascosto su un colle della Maremma toscana, un borgo medioevale di mille persone, rimpolpato da un manipolo di inglesi e americani che come Machiavelli s’ingaglioffano con le carte e il vino. David Leavitt due anni fa viveva ancora a Semproniano, provincia di Grosseto, un piccolo pezzo di storia tra le colline e il mare. Se si viaggia per qualche chilometro, circa nove, verso sud s’incrociano le terme di Saturnia. Semproniano è un buon rifugio dell’anima. È qui che Mario Luzi passava le estati del primo Novecento, a casa dei nonni.
David Leavitt è arrivato qui per amore del suo uomo e ci è rimasto un paio di stagioni. Ora è tornato a vivere in Florida. Anche lui è finito a insegnare scrittura creativa. Se in questi giorni è in Italia è solo per presentare il suo ultimo romanzo, Il corpo di Jonah Boyd (Mondadori, pagg. 232, euro 16,50), al Massenzio di Roma.
Ventun anni fa, era il 1984, un ragazzo di 23 anni viene scovato a Palo Alto da Stanley Flint, una superpotenza tra gli editor americani. Leavitt pubblica una raccolta di racconti: Ballo di famiglia. Lui è ebreo, laureato a Yale e gay. E racconta vita, amori, estetica, passioni della comunità omosessuale yankee. Il primo racconto è la storia del suo coming out, la rivelazione delle sue scelte sessuali a padre, madre, amici, famiglia. Per i critici è una mezza rivoluzione, su cui cade in fretta un’etichetta, che diventa moda. In Italia Fernanda Pivano parla, in un articolo sul Corriere della Sera (5 febbraio 1986) di «postminimalismo». Leavitt finisce nello stesso calderone di Jay McInerney (Le mille luci di New York), Bret Easton Ellis (Meno di zero), Tama Janowitz (Un padre americano). Non hanno tantissimo in comune, tranne l’età. «Il minimalismo - racconta ora Leavitt - è un concetto che ognuno interpreta a modo suo. Non so se è mai stata una corrente letteraria. Ma se lo è stata io non ne faccio parte. Trovo incantevole la scrittura di Mary Robison. Qui da voi è uscito un suo libro, Dimmi (Minimum fax), di cui ho scritto la prefazione. Bellissimo, ma io non scrivo come lei».
Il successo, quello da copertina, è durato un lustro. Poi Leavitt è fuggito dal rumore americano, dalle riviste patinate, dai salotti televisivi e, soprattutto, da New York: «È una città che non amo. Ci sono tante, troppe voci. E io non riesco a sentire la mia». La narrativa americana ha messo sul mercato nuovi astri, nuovi enfant prodige: «So che a Roma c’è Jonathan Safran Foer, ma ancora non ho letto il suo secondo romanzo». David ha continuato a scrivere, senza il clamore degli anni Ottanta: «Sono stato fortunato. Sono riuscito a sopravvivere al mio quarto d’ora di celebrità. Ero molto giovane e non è stato facile. Parlavano tutti di me. Avevo conosciuto Flint quando avevo 19 anni. Era stato appena licenziato dalla famosa rivista e non ancora assunto dal famoso editore. Viaggiava da un’università all’altra con il suo celebre seminario di scrittura creativa, quattro ore, una sera a settimana. Su di lui circolavano varie leggende. Si narrava che chiedesse agli studenti se fossero pronti a dare un braccio o una gamba pur di scrivere una riga bella quanto quella d’apertura di Ritratto dell’artista da giovane. Si diceva che avesse con sé una pistola e sparasse un colpo ogni volta che uno studente leggeva una frase che lui giudicava formidabile».
L’incontro con il suo editor Leavitt l’ha raccontato in Martin Bauman, pubblicato in Italia due anni fa. E qualcosa di Flint, forse, c’è anche nel suo ultimo romanzo. Il corpo di Jonah Boyd è la storia di una famiglia che nasconde i suoi dolori sotto un velo d’ipocrisia. La voce che racconta è la segretaria-amante del capofamiglia. È uno scrittore che perde il manoscritto della sua vita e di un ragazzo che scopre talento e fortuna proprio grazie a quel manoscritto. «Il successo è un mistero strano - sussurra Leavitt -. È fatto di tre componenti: talento, volontà e ambizione. Ho conosciuto allievi baciati dagli dèi, ma troppo pigri o poco ambiziosi. E hanno fallito. Ma continuo a credere che la beffa peggiore sia la volontà senza il talento. Ne ho visti tanti, e ogni volta mi sono chiesto: perché gli dèi sono così duri di cuore».
Judith, la segretaria, è una donna giovane, ma sovrappeso e senza gusto. Eppure ogni sua parola, ogni suo gesto, è sensualità e seduzione. «È un personaggio nato in Italia. Alle terme di Saturnia incontravo spesso una coppia, lui di una certa età, lei sui trent’anni, finlandese, credo. Non si truccava, aveva chili di troppo, eppure non ho mai visto una donna così... Non so come dire. Un concentrato di sesso, assoluto. Per uomini e per donne». La famiglia è un tema che torna sempre più spesso nel romanzo americano post-Novecento. È caro a Leavitt, dalle origini, da quando scriveva Ballo di famiglia e La lingua perduta delle gru. «La vita a Semproniano mi ha fatto capire cosa manca a noi americani. Non abbiamo una nostra Itaca dove tornare. Non c’è un luogo che valga come rifugio. La nostra famiglia è troppo allargata, sfibrata, dispersa. Siamo pieni di sorellastre e fratellastri con cui cerchiamo di fare, come si dice in Italia, bella figura. Nel mio ultimo romanzo la famiglia fa di tutto per non conservare la casa dove sono cresciuti. Diventa un’ossessione. È la ricerca disperata di un luogo dell’anima che non avremo mai. In Toscana vedevo lo sguardo degli emigranti che tornavano in paese. Quelli di Semproniano vivevano tutti a Hershey, che in America è la patria del cioccolato. È la marca più conosciuta, come da voi Perugina. Tornavano carichi di questi cioccolatini che distribuivano ovunque. Quelli che erano rimasti mostravano lo stesso sorriso che si concede ai vecchi zii un po’ andati. Loro, gli emigranti, avevano gli occhi di Babbo Natale. Ecco, io un giorno vorrei avere quegli stessi occhi».
Le storie di gay non sono più al centro dei racconti di Leavitt. Non ne ha più bisogno, forse. O, come dice lui, è solo una questione di mercato: «Gli editori non pubblicano più romanzi che parlano di omosessualità. Non vendono. Anche perché tutto quello che c’era da raccontare l’abbiamo raccontato. Servono nuove strade». Lo dice lui che nel mondo è stato ciò che Pier Vittorio Tondelli è stato per l’Italia: «Era un talento immenso. Ma è morto troppo presto. I suoi romanzi sono belli, ma sono convinto che il suo capolavoro doveva ancora scriverlo».
Leavitt ha 44 anni e appartiene alla generazione che ha visto morire buona parte dei suoi amici di Aids. «Quando si è cominciato a parlare del virus avevo 18 anni. Chi aveva dieci anni più di me non ha avuto difese. Non sapeva nulla dell’Hiv ed è stato spazzato via. Quelli della mia età sono stati attenti. Sapevano che il sesso era un rischio e, in gran parte, si sono salvati. Molti ragazzi ora pensano che l’Aids non sia più un pericolo. Siamo tornati all’età dell’incoscienza».
Era il 1997. David Leavitt viveva a Roma e il suo nome è finito tra le pagine della cronaca nera. Uno dei suoi amici viene trovato morto nel suo appartemento. Il corpo viene scoperto otto ore dopo. Aveva invitato a casa un ragazzo extracomunitario per una notte. «Lì ho fatto amicizia con i vostri carabinieri. Mi hanno interrogato a lungo. Ed è normale visto che conoscevo bene la vittima. Questa storia è diventata uno dei racconti di La trapunta di marmo. E lì parlo molto di Aids». Com’erano i carabinieri? «Simpaticissimi». Ma conoscevano David Leavitt? «Non lo so. Ma dopo l’intervista mi hanno offerto un caffè».

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