Lecca, un sardo alla conquista del mondo

Certe passioni nascono nell’infanzia, per caso, o più verosimilmente perché sono iscritte nel nostro destino. Da bambino Nicola Lecca finì dietro la lavagna, in punizione, visto che s’era rifiutato di svolgere il tema: «Dietro il finestrino dell’aereo, penso...». All’incredula maestra di quella scuola privata per ricchi, con rigoroso realismo opponeva il fatto di non aver ancora volato e di trovarsi quindi nella impossibilità di scrivere al riguardo. Fu proprio dietro quella lavagna, però, che da giovane umiliato e offeso, giurò a se stesso che avrebbe viaggiato e ancora viaggiato, in almeno cento città, riscattando un’esistenza fin lì ristretta entro gli angusti (?!) confini di Villasimius.
Da vero sardo - ancorché ansioso di «desardizzarsi» - è stato di parola e, senza bisogno di fare il militare a Cuneo, alla soglia dei trent’anni, ha già visitato le sue cento città. Se fosse siciliano, con espressione popolare, diremmo scherzosamente che ha girato «lecca e la mecca»... E adesso, che avrà di certo scoperto - per dirla con l’amato Sergio Maldini - che «essere felici dei propri luoghi e della propria cultura è un segno di grande indipendenza intellettuale», è uomo di mondo e soprattutto uno scrittore maturo. Ci si aspetta molto da un giovane che a 23 anni è finalista del premio Strega (con i racconti Concerti senza orchestra, Marsilio), lodato da Raboni, Maldini, Rigoni Stern, a 24 anni ambasciatore d’Italia a bordo del Literaturexpress, il treno internazionale degli scrittori. Nicola non ha deluso, distillando il suo primo romanzo Hotel Borg (Mondadori, pagg. 216, euro 16,5) con tecnica consumata e capacità visionaria.
Romanzo corale, in cui s’intrecciano i destini di cinque persone diversissime eppure unite dal fato, dalla fortuna come la intendeva Aristotele, la quale riguarda tutto ciò che non avviene «per lo più o per necessità». E in cui si scorgono non pochi motivi autobiografici. Nicola ha vissuto tre anni a Londra e forte del suo amore per la musica e della granitica volontà, da lavapiatti nel café della Tate Gallery, è stato promosso cameriere, poi cassiere, steward, fino a diventare uno degli executive officer della Royal Festival Hall, conquistandosi il privilegio di assistere a straordinari concerti. Uno dei protagonisti, Oscar, fa il «buongiornista» proprio all’hotel Dorcester di Londra, ovvero si limita a salutare, inchinandosi sorridente, i clienti che arrivano e quelli che se ne vanno e ha una esagerata passione per la musica. Il libro racconta appunto del più straordinario fra i concerti immaginabili: quello in cui daranno l’addio alle scene il più grande direttore d’orchestra vivente e due fra i migliori cantanti di tutti i tempi. Interpretando lo Stabat Mater di Pergolesi, opera di perfezione divina e sconfinata tristezza. Oscar rinunzierebbe alla vita pur di assistervi... Ma l’evento è reso ancor più memorabile dal fatto che si svolgerà in Islanda, nella piccola e fredda cattedrale di Reykjavìk, davanti a un pubblico composto da persone estratte a sorte dalla locale guida telefonica. Una trama a dir poco originale per narrare l’eterno dramma della solitudine da cinque angolazioni diverse: quella del direttore, della prima donna, della giovane voce bianca, di Oscar e di un playboy islandese, esempio di volgarità e maestro di vita sregolata.
Un romanzo bello e disperato, come in fondo tutta l'opera di Lecca, scritto con mestiere e rigore linguistico, ma soprattutto pervaso da un’ironia, che finalmente fiorisce, a salutare la raggiunta maturità di un vero scrittore.