Via Lecco, gli occupanti restano in strada

Non ci sono stati incidenti, ma disagi per chi abita nella zona

Roberto Bonizzi

Lo sgombero di via Lecco riesce a metà. L’annunciata azione di «ripristino della legalità» richiesta dal proprietario dello stabile al civico 9 e dal Comune inizia, sotto la neve, poco prima delle 10. A fine giornata, però, gli occupanti, 267 rifugiati politici originari di Etiopia, Eritrea e Sudan, rifiutano tutte le proposte di istituzioni e associazioni scegliendo di passare la notte in strada. Nemmeno la mediazione del prefetto, Gian Valerio Lombardi, convince gli immigrati ad accettare una delle soluzioni temporanee proposte dall'assessore ai Servizi sociali Tiziana Maiolo. A nulla vale l’impegno, costante da diverse settimane, di volontari e organizzazioni del terzo settore. La Casa della Carità con don Virginio Colmegna, la Cgil con Graziella Carneri le più in vista. E poi Naga, Arci, Acli, Cisl, Uil.
Poco prima delle 10 i vigili urbani chiudono gli accessi a viale Tunisia da corso Buenos Aires e via Vittor Pisani. Camionette della celere presidiano le uscite da via Lecco. La strada si riempie di agenti in tenuta anti-sommossa. Insieme agli immigrati all’interno dello stabile ci sono volontari delle associazioni e rappresentanti dei centri sociali. Alcuni esponenti di «Action», un gruppo di autonomi, si incatenano al portone d’ingresso. Dario Fo accompagnato da uomini di Rifondazione comunista tenta di evitare l’azione di forza. Ma gli agenti della Questura, dopo un avvertimento con il megafono, abbattono il portone del palazzo. Nel condominio la tensione aumenta. Alcuni rifugiati salgono sul tetto minacciando di buttarsi. I vigili del fuoco, per scongiurare problemi, gonfiano un materasso pneumatico in mezzo alla strada.
L’uomo del dialogo è don Virginio Colmegna. I poliziotti lo accompagnano all’interno del palazzo. Poco dopo ne esce una delegazione, composta dal presidente della Casa della Carità, da Graziella Carneri della Cgil, da un’interprete e da un rappresentante per ogni etnia. Con loro anche i consiglieri comunali Gianni Occhi (Rc) e Andrea Fanzago (Margherita). Sono attesi in corso Monforte per un vertice con il prefetto. Nel frattempo gli occupanti attendono sui balconi e dietro le finestre. Le soluzioni sul tavolo sono quelle annunciate da Palazzo Marino. Alloggi in via Sammartini. Il «villaggio» di container in via di Breme e le sistemazioni di via Pucci e via Anfossi. Dalla prefettura si esce senza sconti: «Lo sgombero è un atto dovuto, questa situazione è illegale - spiega Lombardi -. Il Comune ha fatto un’offerta di alloggi e ho assicurato che anche in futuro continueremo a monitorare le condizioni di vita di questi immigrati per favorire l’integrazione».
Si torna in via Lecco e, alle 13,10, gli immigrati scendono in strada spontaneamente. Inizia il sit-in. La proposta di Don Colmegna viene annunciata prima ai tre leader, poi a tutti. «Andiamo tutti in via Barzaghi per il riconoscimento. Poi, per la notte, 130 staranno in via di Breme, dove il Comune aggiungerà un tendone riscaldato per i momenti di socialità. Le donne e i bambini possono stare in via Sammartini». Gli occupanti nicchiano, poi rifiutano. Scelgono la linea dura. «Vogliamo un tetto vero sulla testa». Propongono la scuola di via Maggianico. Ma Palazzo Marino non cambia linea. Nemmeno l’ultima assemblea in strada con appelli di don Colmegna e Carneri («Scegliete il meno peggio, non passate dalla parte del torto») serve a smuovere la situazione.
«Dobbiamo restare tutti uniti, vogliono dividerci per indebolirci». Cappotto scuro, sciarpa bianco e nera sulla testa, è Siraj, un giovane eritreo, a far fallire l’ultima mediazione. Che aveva convinto 32 etiopi, guidati dal loro leader, Zaccaria, ad accettare un pasto caldo alla Casa della Carità di via Brambilla, prima di passare la notte nel villaggio di via di Breme. Gli immigrati restano in via Lecco. Davanti al portone murato. Seduti su un vecchio divano o appoggiati ai bagagli accatastati. Passeranno la notte in strada, sotto le coperte, «aspettando nuove soluzioni».