Lecco, sul corpo di Mirko la soluzione del mistero

L’ipotesi: il piccolo potrebbe essere stato affogato. Nella casa trovate un centinaio di impronte

Anna Savini

da Casatenovo (Lecco)

Le prove per capire come sia morto Mirko forse sono tutte sul suo corpo. La salma del bambino di 5 mesi, trovato senza vita mercoledì scorso, è ancora all’obitorio dell’ospedale di Lecco. E lì resterà fino a quando i Ris non avranno presentato i risultati delle analisi alla Procura. Come se ci fosse già un indizio in grado di dire se il piccolo sia affogato scivolando nella piccola vasca di plastica oppure se sia stato tenuto sott’acqua. Come se queste tracce, che potrebbero confermare la versione della madre oppure ribaltarla a suo sfavore, avessero bisogno della prova definitiva per inchiodare il ladro di cui ha sempre parlato Maria Patrizio Magni oppure per smontare la sua versione.
Il dottor Paolo Tricomi, l’anatomopatologo che ha effettuato l’autopsia e che potrebbe sottoporre il cadavere ad ulteriori esami, si rifiuta di commentare qualsiasi voce, sia quelle secondo le quali non ci sarebbe alcun segno di lesione sul corpo del bambino sia quelle che ipotizzano segni di un’eventuale pressione per tenerlo sott’acqua.
In ospedale si limitano a confermare soltanto che il nullaosta ai funerali arriverà solo quando i Ris avranno presentato i risultati al pm Giovanni Gatto. «Serve tempo – riassume il colonnello Luciano Garofalo –, l’esame del Dna è complesso e questo è un caso delicato».
«Cercate di capirci – si scusa nonno Gianluigi, il suocero di Maria -, non ce la facciamo più. Siamo stravolti. Stiamo male, non possiamo parlare. Ma abbiamo nominato i legali». È questo l’unico elemento che esce dalla casa di Arcore dove da giorni si è riunita tutta la famiglia.
I legali sono Ernesto Rognoni, civilista di Genova, e Fabio Maggiorelli, penalista, anche lui di Genova. Maggiorelli andrà a Casatenovo venerdì mattina. «Non ho ancora studiato il caso – dice il legale – e non ho ancora incontrato moglie e marito. Ma la signora al telefono mi è sembrata molto confusa. Lei e il marito sono sotto choc, come è normale che sia in questi casi. No, la mamma non mi ha fatto la ricostruzione, è davvero in stato confusionale. Credo che non si siano ancora resi conto di cosa gli stia succedendo, in quale tempesta si siano ritrovati. E soffrono anche per la pressione dei giornalisti».
Sul perché i Magni siano andati fino a Genova per trovare due avvocati, Maggiorelli dice: «La mamma conosceva il mio collega e gli ha chiesto un consiglio. Lui li ha indirizzati a me perché questo è uno studio che si è occupato di grossi sequestri di minori, come i casi Garis (Pietro Garis, 5 anni, torinese sequestrato dai banditi il 22 gennaio del 1975, rilasciato una settimana dopo dietro pagamento di un riscatto di 600 milioni) e Tacchella (Patrizia Tacchella, 8 anni, sequestrata nel ’90 a Stallavena – Verona -, liberata dalla polizia 45 giorni dopo)». L’avvocato aggiunge anche che Mary, Cristian e i loro parenti «sono persone disperate che prima di tutto hanno bisogno di aiuto».
Dalla parte degli inquirenti, invece, resta ancora da risolvere il rompicapo degli orari, quel buco di 20 minuti che c’è tra quando il padre è corso a casa e ha trovato la moglie (10.40) e quando è partito l’allarme al 118 (alle 11). E non è il solo problema quello con le lancette dell’orologio. Perché il periodo in cui sarebbe avvenuta la rapina è stato stimato, in base al racconto della mamma, tra le 9 e le 10.15 ma, secondo le indiscrezioni trapelate dall’autopsia, il bambino sarebbe morto poco prima dell’arrivo dei soccorsi. È il nonno, invece, che chiarisce chi sia arrivato per primo da Mary. «Io sono stato la prima persona ad entrare», puntualizza Gianluigi.
Lui è entrato, ha visto che la casa era sottosopra, ha telefonato al figlio che alle 10.30 ha lasciato il posto di lavoro e si è precipitato a casa. E a questo punto si capisce anche il perché della fretta.
I carabinieri stanno studiando tutti i tabulati delle telefonate per cercare di far quadrare i conti. E i Ris stanno analizzando lo scotch usato per legare Patrizia. Il Dna lasciato dalla traccia di saliva rinvenuta sul nastro adesivo potrà dare più elementi delle impronte di un eventuale rapinatore. Nella casa, dopo l’allarme, sono entrate tantissime persone. Sembra che le impronte trovate siano più di cento.