L'economista Rossi lascia i Ds: la sinistra non è più riformista L'imbarazzo della Quercia 

"Sul terreno riformista la sinistra ha esaurito tutte le energie" scrive Nicola Rossi in una lettera a Fassino, preannunciandogli che non rinnoverà la tessera del partito. Forte imbarazzo nella Quercia

Roma - “Sul terreno riformista la sinistra ha esaurito tutte le energie” ed è quindi giunto il momento «di scoprire le carte». Nicola Rossi lascia i ds. L'economista liberal ha inviato una lettera a Piero Fassino annunciando di non voler rinnovare la tessera e spiegando le ragioni della rinuncia: “le mie posizioni spesso procurano imbarazzo al partito, ma che anche le posizioni del partito mi creano disagio”. Di qui la “presa d'atto formale di una distanza”, unita ai ringraziamenti. Da deputato rimarrà iscritto al gruppo dell'Ulivo della Camera, ma lo sarà come parlamentare non appartenente a nessuna forza politica organizzata. “Avevo la speranza - avrebbe confidato Rossi a un amico - di vedere un giorno la sinistra italiana contaminata da idee liberali, come è avvenuto in Inghilterra e in Spagna”.

Molto duro il commento di Rossi sulla riforma delle pensioni che il centrosinistra ha annunciato di voler fare: “Per le pensioni serve una riforma vera, che guardi lontano. Se il governo non se la sente, però, piuttosto che combinare un pasticcio è meglio che lasci stare. Il governo non ha che l'imbarazzo della scelta, ma non si può limitare a semplici manutenzioni. Meglio non fare nulla piuttosto che condurre una trattativa che dura tre mesi e che alla fine produce il classico topolino”. Immediata la replica di Fassino. “Mi rammarico della scelta annunciata da Nicola Rossi e spero che un ripensamento gli consenta di continuare ad essere un dirigente stimato e autorevole dei DS. Non vedo davvero ragioni - aggiunge il leader dei Ds - per cui Rossi debba lasciare il nostro partito, non solo perché in nessun momento le posizioni di Rossi ci hanno creato imbarazzo, ma soprattutto perché i Ds sono impegnati ogni giorno ad affermare nell’azione di governo un chiaro profilo riformista con proposte e idee a cui anche Rossi ha concorso con la sua passione e competenza”.

Sul tema riflette anche Bobo Craxi, guardandosi bene, però, dall’entrare nel merito delle questioni interne alla Quercia. “Quella di Rossi è una riflessione emblematica, ed un monito per tutti i riformisti della sinistra, che si considerano tali, che vorrebbero costruire un centro riformista in sintonia con la storia della sinistra italiana che sempre si divide sull'antinomia tra massimalismo e riformismo”.

Lo scossone di Rossi è un “un campanello d'allarme per Fassino, ma soprattutto una campana dal suono sinistro per il presidente del Consiglio”. Lo afferma Osvaldo Napoli, vice responsabile Enti locali di Forza Italia. Non è difficile - osserva - comprendere il disagio di un riformista liberale costretto nel sostenere un governo senza riforme. Nicola Rossi ha posto un problema che interroga le prospettive delle componenti riformiste nel centrosinistra. La loro presenza è sbiadita, il baricentro dell'azione politica è saldamente nelle mani di Bertinotti e Pecoraro Scanio, con Prodi che recita il ruolo dell'ostaggio colpito dalla sindrome di Stoccolma”. “Sarebbe facile - aggiunge - e oltremodo sciocco, strumentalizzare la decisione dell'economista. Non si può tacere però sulle motivazioni che hanno portato il già consigliere di Massimo D'Alema a palazzo Chigi ad assumere quella decisione”.