Lee Masters e il senso della vanità del vivere

Molto mi ha colpito, nelle pagine culturali del Giornale, una proposta di testi poetici nel campo della Vanitas, della malinconia, della riflessione sul senso della vita. Non poteva esserci una scelta più inquietante di quella semplice di un’epigrafe reale, che talvolta ci stupisce per la sua evidenza poetica, in questo caso delle lapidi letterarie ma che non hanno una letterarietà che prevarica la verità delle cose, come nella celebre Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, che abbiamo letto nella traduzione di Fernanda Pivano e che il Giornale ci propone come un’antologia a cura di Carlo Felice Colucci.
L’epigrafe, la lapide di Lee Masters, è dedicata a Hortense Robbins. In modo semplicissimo dice quello che riguarda la vita di ognuno di noi, fino a darci un senso di angoscia e di impotenza, con straordinaria efficacia. Eccola: «Il mio nome compariva tutti i giorni perché avevo cenato in un posto, viaggiato in un altro o affittato una casa a Parigi dove ricevevo l’aristocrazia. Io stavo sempre mangiando o viaggiando o facendo la cura delle acque a Baden Baden. Ora sono qui per onorare Spoon River, qui accanto alla famiglia da cui discesi; a nessuno importa nulla di dove ho cenato o abitato o chi ricevevo, o quanto spesso ho fatto la cura delle acque a Baden Baden».
Ecco, l’idea è che alla fine la vita si consuma, si dissolve in niente e sulla lapide che il poeta finge di leggere al cimitero (in realtà è la poesia stessa), egli trova il ricordo di una vita grande, felice, mondana, con tanti incontri, tante cronache che registrano anche gli episodi più insignificanti.
Poi improvvisamente tutto questo finisce e sulla lapide rimane il nome a fianco di quello dei parenti, la cui vita è stata meno luminosa, meno illuminata, meno al centro delle attenzioni, non al centro delle attenzioni, senza le luci della ribalta; e oggi sei lì, fermo, e a nessuno più importa quello che hai fatto.
Credo che l’intensità espressiva di questi versi di Lee Masters possa farci riflettere sul difficile senso di ogni esistenza e forse sul senso vano dell’esistenza.