Lee Stringer, una vita narrata tre volte

Pubblicitario di grido, barbone alla Grand Central Station, scrittore
di culto. Ecco i racconti d’esordio di un uomo rovinato dalla droga e
miracolato da una matita: "Attenti: anche il successo crea dipendenza"

«E così adesso raccogli vuoti a rendere?». Gli aveva detto con un sorriso il suo capo, riconoscendolo nella stazione della metropolitana. Era l’inverno 1985. Il secondo Inverno alla Grand Central per Lee Stringer. Da un anno l’ex pubblicitario, ex manager della comunicazione, ex creativo di talento aveva cambiato - diciamo così - giro d’affari. Girando nella metropolitana di New York, raccoglieva bottigliette vuote da restituire ai commercianti per un nichelino e mettere insieme qualche dollaro per pagarsi la cena. O - diciamo la verità - per fumarsi una breccola di crack: una noce grande come un fagiolo di quella droga per cui, snocciolando le sue giornate di scontento art director, aveva mandato in fumo la sua vita regolare e la sua carriera. «Usiamo ancora i tuoi slogan, sai?», gli aveva confidato il vecchio boss. «Lo sai che non c’è niente nella ditta che non abbia il tuo zampino? Eri davvero una forza».
Dieci anni e rotti da senza tetto non si direbbe che l’abbiano indebolito. Ma sarà perché il Lee che incontriamo oggi - un gigante nero che tiene testa senza sforzo alla propria statura di scrittore - si è lasciato alle spalle anche la sua seconda vita di vagabondo, e da un decennio viaggia in cresta all’onda del successo conquistato da narratore.

L’editore Nottetempo ha già pubblicato il suo secondo romanzo - Cioccolato o vaniglia - un anno fa. Esce ora con il libro del suo esordio e della sua scoperta. Con il racconto di quell’Inverno alla Grand Central (Nottetempo, pagg. 272, euro 15; trad. Delfina Vezzoli) in cui Lee, caduto ai livelli minimi dell’esistenza, misurandosi con una condizione di estrema indigenza, scoprì d’essere un autore. Dono? Talento? «Un regalo della sorte», dice oggi nel suo gessato antracite. E parla proprio della malasorte di dieci anni fa. Non della fortuna che, dacché ha preso a scrivere di quei giorni grami, gli arride. «Certo, all’inizio il coro degli “Ehi, Mr Stringer!” che mi accoglieva come un divo sulle strade della metropoli e in metrò era galvanizzante. Ma l’ebbrezza del successo - lo dico per esperienza, di ex tossico - è pericolosa almeno quanto la sensazione di onnipotenza, di assoluta felicità che ti dà per un attimo il crack. Il guaio è che crea dipendenza». E il rischio è il solito: «Dipendere dalle aspettative altrui. Da ciò che gli altri credono tu sia tenuto ad essere e a dimostrare».

«Proprio da questo ero scappato per finire sulla strada». Erano i ruggenti anni Ottanta. Gli anni degli yuppies in carriera. Gli anni di American Psycho di Breat Easton Ellis e Le mille luci di New York di Jay McInerney. Da quello spettacolo rutilante perché cercare rifugio in un cunicolo scavato nella stazione del metrò? «In quegli anni nel mio buco aperto nelle viscere della Grand Central ho esplorato il lato in ombra della scena tenuta dai ricchi-e-famosi. La zona del paesaggio in cui svanirono quelli che rifiutavano di sostenere il sogno americano». E oggi che il crac finanziario quel sogno l’ha mandato in fumo è l’ora della rivincita di chi fumava il crack?
Ma non c’è traccia di rivalsa nella voce di Lee quando ammette: «In effetti la mia è una storia di grande attualità oggi. Potrebbe finirci chiunque dov’ero finito io». Non era però lo sguardo di un indovino quello che, quasi vent’anni fa, posava su un impiegato di primo livello pensando: «La distanza tra la tua condizione e la nostra non è così grande come si può pensare». Previsioni di anticipo ventennale sulle odierne crisi delle Borse, il libro di Stringer non ne contiene. Vi è però l’ammissione umanissima di una vulnerabilità in linea di principio universale: «Sono le pietre nel cuore, il senso di colpa e la paura che ci trascinano a fondo». Gli antidoti escogitati da Stringer per risalire la china erano di una semplicità disarmante: bastava affrontare la caduta a cuor leggero, con coraggio e con «un senso della giustizia poetica», scrive nei suoi racconti. Che significa? Niente a che vedere con i trucchetti da inventare per cavarsela dove regnano la legge del più forte e del più furbo. «Ho imparato a coltivare l’ottimismo, a sviluppare un’attitudine per la felicità. Niente a che vedere con il consumo di stupefacenti. Davvero quando sei alle strette, ai limiti della sopravvivenza, ti accorgi che la speranza è l’ultima a morire. E che con una casa, un lavoro, uno stipendio non vivi più felice che senza».

La ribellione di un solitario, di un libertario? «No, ma ho colto al volo l’occasione di fare i conti con la mia solitudine e la mia libertà.
L’ho messa a frutto facendo tesoro di una lezione di compassione più che di cinismo: è quando vivi le tue ore più dure che impari a compatire i tuoi simili. È stato un bell’incontro ravvicinato con la vita il mio: senza l’intermediazione di maschere, sovrastrutture e finzioni».

E la scrittura, allora? Cominciò per caso scovando un quadernetto e una matita sul fondo della sua tana. Continuò redigendo cronache di vita on the road per il giornale di strada Street News. Completò l’opera mettendo fine alla sua storia di senzatetto per diventare uno story teller: una nuova maschera per comporre creazioni letterarie, fiction, finzioni? «Quello non era il finale, era l’inizio. La prima volta che provai a mettere giù una storia, la storia di un compagno di sopravvivenza, mi resi conto che non avrei mai colto il dolore di quell’uomo se non l’avessi raccontato. Che lo stile - non il carino e il dolce, non fa per me, meglio masticare vetro tritato - poteva dare per davvero il sapore dei suoi giorni».