Leeds, «i bravi ragazzi» cresciuti all’ombra della Grande Moschea

«Gente al di sopra di ogni sospetto»: così i vicini di casa descrivono i terroristi

Luciano Gulli

nostro inviato a Leeds

Per Adam Rhee, 64 anni, una vita passata a fare il macchinista nelle ferrovie, la geografia del quartiere si indovina attraverso le facce dei suoi abitanti, ma ancora meglio dagli odori che promanano dalle loro cucine. «Puoi andare in giro bendato, le facce non servono; tanto, a parte i neri, hanno tutte quell’incarnato color cenere, you know. Ma se hai un buon naso è facile. Senti odore di chili e di curry? Sei a nordest, il settore dei paki (come li chiamano spregiativamente i bianchi di qui). C’è puzza di pollo arrosto, ma con una spruzzata di coriandolo e un che di dolciastro? Non puoi sbagliare: sei finito tra i bangladeshi, a sudovest. Trippe d’agnello alla brace? Sono gli iracheni, verso sudest. Gli altri sono un po’ sparsi: gli afghani, gli africani».
E voi bianchi? «Sparsi, qui in giro, ma ormai siamo una manciata, una fottuta minoranza. Con i vicini, buongiorno e buonasera. Chi li conosce? Case, appartamenti, camere ammobiliate: qui è un casino, c’è gente che va e viene in continuazione».
Beeston Hill non è ancora Leeds. Le strade fiancheggiate da cortine di case basse, da queste lunghe quinte di mattoncini rossi, sono solo un’anticipazione della città vera e propria, che si allarga ai piedi della collina. Meglio di Birmingham, Leeds è la città (seconda dello Yorkshire dopo Sheffield, con i suoi 430mila abitanti) che più gioiosamente ha sperimentato l’ebbrezza della società multiculturale. E Beeston Hill, dove abitavano tre dei quattro «paki» che si sono fatti saltare a Londra, ne è la quintessenza. Strana città, questa che ha visto nascere e crescere dentro la sua pancia i nuovi mostri della celebrata, tollerante democrazia che incuba soddisfatta purulente metastasi. Al tempo dei Tudor, i loiner (così si chiamano i suoi abitanti) avevano messo in piedi una città manufatturiera e mercantile centrata sulla lavorazione della lana. Da qui, attraverso l’estuario del fiume Humber, navi colme di tessuti e di indumenti di lana prendevano la via dei mercati d’Europa. Ma questa è storia. Il settore dei servizi ha preso il sopravvento da un pezzo, anche se la disoccupazione ha colpito duro negli anni Ottanta. Il rinascimento della città, che pure offre qualche scampolo di vivacità, è affidato a un pugno di effervescenti compagnie d’investimenti che operano via Internet, come Freeserve, Energis, Sportal, Ananova. Ma qui, nei candidi uffici del centro, nei pub alla moda o al «City Varieties», dove si esibirono Charlie Chaplin e il mago Houdini, di «paki» se ne vedono pochi.
I «paki» di Beeston Hill, dove il padre di Shehzad Tanweer dieci anni fa ha aperto il suo chiosco di fish and chips (pesce fritto e patate, piatto cardinale della non rinomata cucina inglese) ruotano intorno alla piccola moschea di Hardy Street. Un gruppo di ragazzini, nel cortile interno, gioca a palla. Dalle finestre vicine, volti di donne velate leste a chiudere le imposte. Di adulti, in moschea, non ce n’è. Con tutta la polizia che gira nel quartiere, meglio stare alla larga, almeno per qualche giorno. Sparito è anche l’imam, le cui prediche croccanti, raccontano nel quartiere, radunavano ogni venerdì un bel numero di giovani. Alla «Makkah», la grande moschea del distretto, facce costernate, ma anche impaurite. Le domande che rivolgo ai presenti non saranno particolarmente intelligenti, ma le risposte sono una pena. «Io? Io non c’ero, e se c’ero dormivo. Prediche infuocate, incitamento all’odio? Ma dove? Ma quando mai?» si stracciano le vesti i cinque o sei che a metà pomeriggio ciondolano ancora all’ombra del minareto. Sembra di essere a Corleone. «Questi assassini non hanno niente a che vedere con l’Islam», giura il presidente della Grande Moschea, Zaher Birawi. Stessa canzone, parole e musica, arriva da Arshad Chawdry, esponente del Forum dei musulmani della città. Mi dice: «Si tratta di criminali, non di veri musulmani. Non si può legare l’Islam al terrorismo». Gli rispondo: ha ragione, ma certe volte viene voglia.
Elland road, la strada dove il Leeds United ha il suo stadio, non è lontana dalla casa di Shehzad. Alle partite importanti, quel ragazzo di 22 anni con la faccia lunga e gli occhi malinconici che giovedì scorso si è messo uno zainetto sulle spalle ed è andato ad ammazzare un mucchio di innocenti alla stazione di Aldgate, non mancava mai. Ma la sua passione era il cricket. Con la mazza in spalla, e gli amici al fianco, Shehzad veniva spesso in questo gran parco che ingentilisce il quartiere, ad allenarsi in uno dei due campi da cricket (giocava in una squadretta del rione) appaiati a quelli del calcetto e del tennis.
Inutile far domande, in giro per il quartiere, sul quartetto di kamikaze che hanno trasformato Londra in una succursale di Gerusalemme e di Bagdad. Alla fine, le cose che dicono Sadija Akram e Salah Yakoob, Bashir Ahmed e gli altri Ahmed di Beeston Hill si somigliano tutte. «A sweet lad», «a nice guy», un ragazzino dolce, uno zucchero che non andava neanche in giro vestito di bianco e non si faceva crescere la barba. Un terrorista? E chi l’avrebbe mai detto? Insospettabili, appunto. Poi però si scopre che ultimamente aveva fatto un lungo viaggio: Afghanistan, due mesi, Pakistan, 4 mesi, dove aveva studiato con predicatori «very tough», molto duri. «E quando tornò - racconta un vicino di casa - prese a frequentare certe moschee dove i predicatori venivano apposta da Islamabad».
Holbeck, Dewsbury, dove abitavano gli altri due «martiri», sono nel raggio di qualche chilometro. La squadra della morte, gli invasati di Allah che sulla faccia di Londra, con le loro bombe, volevano disegnare «una grande croce di fuoco» (e almeno in questo si sono rivelati dilettanti allo sbaraglio) vivevano a un passo l’uno dall’altro. Hanno deciso da soli, Shehzad e gli altri? O hanno eseguito un ordine? E chi è, dov’è il regista, in questo caso? E quanti ce ne sono, sparsi all’intorno, pronti a imbarcarsi per il Paradiso degli shahid, i martiri della jihad? Domande che stasera cadono nel silenzio di Beeston Hill, dove i costernati e gli arrabbiati convivono, e non sai mai, dietro certe facce di cenere, chi è chi.