La Lega boccia le larghe intese e punta al ticket Alfano-Maroni

Il passo di lato gli è stato chiesto per ore, «così vai al macello» gli ha ripetuto Bossi, «non hai più i numeri» ha fatto eco Maroni, a fianco del capo nel summit drammatico di Palazzo Chigi con Berlusconi e lo stato maggiore Pdl. Alla fine il passo indietro c’è stato, e per la Lega adesso si aprono tre strade, con diverse percentuali di riuscita e di gradimento. La prima (data al 40%) è quella che il Carroccio ha chiesto al premier nelle ultime 48 ore: un governo Alfano con Maroni vicepremier. Un’altra strada è il voto, ritenuto probabile (20%) ma non sperato dal quartier generale di via Bellerio (persino il passionale Tosi auspica «un passaggio morbido» frutto di un passo indietro del Cav, piuttosto che il voto). La terza possibilità è quella più sgradita, un governo tecnico, anzi - come dice un deputato leghista - un «governo del presidente» (e qui i nomi che i leghisti fanno sono due, Monti ma anche Saccomanni, non per niente candidato di Napolitano a Bankitalia). Quest’ultima ipotesi, per quanto nefasta, avrebbe come premio di consolazione un anno di opposizione per la Lega, che così recupererebbe ampi consensi nel suo elettorato, anche se vedrebbe azzoppato il suo federalismo (mancano da approvare ancora due decreti). Ma resterebbe una sconfitta. «Se pensano che noi siamo come la Grecia, dove hanno imposto un signor nessuno come primo ministro, hanno fatto male i conti» dicono i leghisti.
La prima strada, un governo Alfano-Maroni, è la carta che Bossi vuole ancora giocare. È il quarantenne segretario del Pdl l’uomo che i leghisti considerano utile per smuovere la palude e scoperchiare il gioco dei «democristiani amici dei poteri forti», cioè dell’Udc di Casini. Se è Alfano a diventare premier, ragionano in via Bellerio, si scoperchierebbero i giochi dei malpancisti del partito berlusconiano, quelli che chiedono un passo indietro di Berlusconi e un ricambio nella leadership. «A quel punto capiremmo se volevano davvero quello o se invece c’è dietro una manovra di Casini e company per tirarli dentro in un governo abusivo» spiega un deputato leghista. Secondo motivo del feeling leghista con Alfano (oltre a quello personale di Maroni che con l’ex ministro della Giustizia ha collaborato nella caccia ai latitanti di mafia) è che il governo bis deve tenere alla larga i centristi, altro che allargamento. Perciò la Lega non ha manifestato interesse per un passo avanti di Letta, considerato uomo di larghe intese, e neppure per Schifani (comunque più accettato di Letta).
I leghisti sono convinti che i delusi del Pdl siano delusi del Cavaliere, e che quindi un cambio li farebbe tornare nella maggioranza, evitando il voto. «Nel Pdl c’è una lista di una quarantina di deputati, tutti ex Forza Italia, che sono pronti ad andarsene - spiega un parlamentare della Lega molto vicino a Calderoli - con un altro premier si tranquillizzerebbero, e mi sa che tornerebbero a casa anche molti del Fli». Se invece le cose si mettono male, quel che la Lega chiederà sarà il voto. Anche perché, nella disgrazia, un frutto è stato colto. La non ricandidatura di Berlusconi come premier per le prossime elezioni (Gennaio? Aprile?). Ovviamente sarebbe Alfano, nell’ipotesi non diventi premier per via istituzionale. E sarebbe sicuramente un candidato meno sgradito per l’alleato padano, più presentabile al popolo del Nord che da diversi mesi - in radio, alle feste, negli incontri con gli eletti - chiedeva di sganciarsi dal Cavaliere. Nel caos la Lega guadagna un punto dal Pdl, un fattore di forza che verrà usato. Gira un grafico tra i leghisti, con i numeri di deputati persi dai partiti dal 2008 a oggi. Il Pdl è a meno 66 (e 6 guadagnati), l’Udc ne ha persi 8 e presi 12, il Pd meno 12. La Lega? Zero, a parte il deputato Grassano «respinto» dal gruppo. Un buon argomento da campagna elettorale. Ma niente confronto a Maroni premier.