Lega, Calderoli corregge l'aut aut di Maroni: "Da noi nessun ultimatum sul federalismo"

Maroni: "O passa la riforma il 3 febbraio o tutti a casa".
Ma Calderoli, sostenuto da Bossi, frena: "Cambiamenti come questo vanno
al di là dei governi e delle maggioranze politiche del momento"

Roma - Strano ma vero: sentire Roberto Calderoli che nel giro di pochi minuti dà ragione a Di Pietro e corregge il tiro del collega Maroni non è cosa da tutti i giorni. Segnali di un momento di discreta tensione per i vertici della Lega, costretta a gestire una crisi scoppiata proprio mentre il federalismo fiscale (una pallida copia di quello che i leghisti sognano da 20 anni, ma comunque qualcosa) sembrava avanzare a gonfie vele. Il ministro dell’Interno, con un’intervista al Corriere della Sera, ha fissato la data del 3 febbraio, il voto sul quarto decreto del federalismo, come l’aut aut per maggioranza e opposizione: o passa quello o tutti a casa. Questo è invero il pensiero della Lega, già espresso da Bossi, ma nella riunione di via Bellerio (a cui Maroni non ha partecipato, ufficialmente per un’influenza...) Calderoli ha fatto valere una linea un po’ diversa. Il ministro della Semplificazione, che è il padrino della riforma federalista in corso avendola seguita per mesi con costanti consultazioni (fin dalle 8 del mattino...) con enti locali e opposizioni, non ha gradito l’accelerazione impressa dal colonnello varesino, l’«improvvido diktat» che lega l’approvazione della riforma «alla durata della legislatura».

In questo momento nella Lega c’è chi guarda a elezioni anticipate e chi invece frena. Maroni è tra i primi (favorevoli al voto, però, solo se i conflitti non si risolvono), mentre Calderoli è tra coloro che nella Lega puntano a tenere in piedi il governo, anche per non vedere disperso un enorme lavoro sul federalismo fiscale. E Bossi? Nella riunione in via Bellerio ha ascoltato tutti, dal «maroniano» Giancarlo Giorgetti a Calderoli a Rosi Mauro a Federico Bricolo. Il grande capo è convinto, come Maroni, che un accanimento terapeutico sul governo potrebbe danneggiare la Lega perché - ripetono tutti i capi leghisti - «i nostri sono al limite della sopportazione». Ma è anche convinto che, per il bene della riforma, convenga non trasformare il test di giovedì come un esame sul gradimento del governo (cosa che comporterebbe un no sicuro dall’opposizione), ma che sia meglio tenerlo sul piano del contenuto.

Perciò Calderoli, subito dopo il vertice, informa le agenzie che «le riforme come quella del federalismo fiscale vanno al di là dei governi o delle maggioranze politiche del momento», e che quindi non si devono portare avanti nello scontro frontale ma nella collaborazione di tutti per «l’interesse del Paese e del suo futuro». Più concretamente, la Lega confida ancora in un possibile voto favorevole dell’Idv (cosa tuttavia molto improbabile). Calderoli spiega che le proposte di modifica dell’Idv vanno nella direzione giusta, cioè l’abbassamento della tasse, e che «la Lega sulla materia la pensa come Di Pietro». Oggi infatti è previsto un faccia a faccia tra Calderoli e il leader Idv, ma data la valenza ormai tutta politica del voto sul federalismo sembra da escludere un cambio in corsa dei dipietristi.
Però con un pareggio 15-15 nella bicamerale il governo avrebbe comunque gli strumenti per farlo passare, avendo la maggioranza sia nella commissione Bilancio sia in Aula. Quindi «non ci sarà nessuna crisi nei prossimi giorni, anche se questa situazione non regge sul lungo periodo» confida uno dei massimi esponenti della Lega. I segnali di fibrillazione però non mancano. Maroni parla apertamente, e forse è la prima volta, di una leadership alternativa a quella di Berlusconi nel centrodestra, dove ci sono «tanti uomini e donne capaci e competenti in grado di guidare un governo se Berlusconi decidesse di non essere lui il candidato premier» in caso di elezioni. Fa balenare l’ipotesi (prevista dalla Costituzione) di uno scioglimento delle Camere anche senza dimissioni del premier. Tanto basta per far intravvedere, ai nemici dell’asse Pdl-Lega, l’inizio di uno sganciamento del Carroccio dal Cavaliere, la punta dell’iceberg di accordi già presi con il Terzo polo e il Pd per far saltare Berlusconi e insediare un Tremonti o un Letta (o, perché no?, un Maroni) senza passare dalle urne.

In realtà, filtra dai vertici leghisti, l’alleanza con il Pdl non è in discussione, e tantomeno si pensa a uno sgambetto al Cavaliere, che non vuol sentir parlare né di voto né di dimissioni. Certo, nella Lega si ragiona di un dopo-Berlusconi, ma non per pugnalarlo alle spalle. «Però se al voto il Pdl prendesse una bastonata, lì si rimetterebbe in gioco tutto» spiega un peso massimo leghista. Insomma, i pugnali restano chiusi nei cassetti, ma i giochi sono aperti.